Il volo che atterra a Verona

Dal 29 ottobre, il giovedì e la domenica, un Boeing 737-800 con la livrea di El Al atterrerà al Catullo. Verona diventa così il quarto aeroporto italiano servito dalla compagnia di bandiera israeliana, con un collegamento diretto per Tel Aviv che durerà tutto l’inverno.

Sembra una notizia da pagina dei trasporti, eppure dice parecchio, perché una compagnia aerea apre una rotta solo se pensa di riempire gli aerei. Qualcuno, a Tel Aviv, ha fatto i conti e ha concluso che gli israeliani hanno voglia di Garda e di Dolomiti.

Una scommessa sul Nord Est

Come ha riportato a settembre Italiavola, l’obiettivo dichiarato è avvicinare il mercato del Nord Est alla destinazione, e viceversa.

Per il Veneto e il Trentino è un’opportunità concreta. Un volo diretto che parte a fine ottobre e va avanti per tutto l’inverno porta gente proprio nei mesi in cui il Garda si svuota, le seconde case chiudono e gli albergatori fanno i conti con le camere vuote. E da Verona, in un paio d’ore di macchina, si arriva sulle piste delle Dolomiti. L’idea si capisce anche senza un piano di marketing.

C’è poi il viaggio nell’altra direzione. Chi da Verona, da Vicenza o da Trento voleva andare in Israele fino a oggi doveva passare da un altro aeroporto, con una coincidenza o qualche ora di auto in più. Da fine ottobre basterà presentarsi al Catullo. Per le aziende del Nord Est che lavorano con partner israeliani, e per i pellegrini diretti in Terra Santa, la differenza si sente.

Chi lavora nel turismo sa bene che ogni nuovo volo diretto si traduce in camere occupate e tavoli prenotati.

Viaggiatori con le valigie nel terminal di un aeroporto

Quando l’ospite non è il benvenuto

C’è però un rovescio della medaglia, e va guardato senza giri di parole. Negli ultimi mesi alcuni turisti israeliani in Italia hanno raccontato di essere stati trattati da indesiderati.

Il caso più vicino a Verona viene proprio dal lago. Secondo il racconto riportato da Mosaico, il portale della comunità ebraica di Milano, tutto sarebbe cominciato quando uno dei clienti ha chiesto a un cameriere la password del Wi-Fi. Una domanda banale, che nella versione dei protagonisti si è trasformata in una discussione e poi in insulti: «Siete animali, uccidete bambini». I gestori, sempre secondo i turisti, non li avrebbero difesi e avrebbero chiamato le forze dell’ordine. È la loro versione, ed è giusto dirlo. Ma basta immaginare la scena per capire che effetto faccia su una famiglia in vacanza. Si arriva per un fine settimana sul lago, si chiede la password della rete, e si finisce a spiegare a una pattuglia chi ha cominciato. Difficile che quella famiglia torni, più facile che lo racconti agli amici, ai parenti e magari in un gruppo di viaggiatori online, dove simili racconti circolano in fretta e restano a lungo. Nel turismo, le recensioni negative viaggiano più veloci dei voli.

Poi c’è Napoli, dove l’Osservatorio antisemitismo ha documentato il caso di una donna che aveva prenotato online in un quattro stelle del capoluogo e si è vista rifiutare la prenotazione. Il motivo addotto era che la struttura aderisce alla campagna «No Room for Genocide!». La direzione, nella stessa risposta, spiegava di essere contro le discriminazioni e di accogliere calorosamente i palestinesi e chiunque combatta per i loro diritti. Il cortocircuito si commenta da solo, visto che la cliente era stata respinta proprio per la sua nazionalità. L’Osservatorio ricorda una cosa semplice, che dovrebbe essere ovvia: gli alberghi non possono rifiutare i clienti per ragioni etniche.

Il mestiere dell’accoglienza

Non sappiamo quanti siano, episodi del genere, perché molti non vengono raccontati. Quelli noti restano pochi, per fortuna, e non autorizzano a parlare di un clima generale ostile. La grande maggioranza di albergatori e ristoratori italiani lavora come ha sempre lavorato, accogliendo chiunque entri senza chiedersi da dove venga, con la cortesia un po’ ruvida e generosa che i turisti stranieri raccontano volentieri quando tornano a casa e che, alla fine, è la migliore pubblicità per il Paese. Proprio per questo i casi del Garda e di Napoli fanno rumore, dato che toccano la cosa di cui l’Italia va più fiera, la reputazione di Paese ospitale.

Un ristoratore ha il diritto di avere le sue idee sul Medio Oriente. Un albergatore pure. Quello che non possono fare è chiedere il passaporto all’ingresso e decidere in base a quello chi mangia e chi dorme. Nessuno accetterebbe lo stesso criterio applicato ad altri visitatori, di altri Paesi in guerra o governati da esecutivi discutibili. Un’ospitalità a geometria variabile smette presto di essere ospitalità.

Chi ha lavorato alla reception di un albergo, magari d’estate sul lago con la fila di turisti al banco, lo sa bene: all’ingresso si chiede un documento per la registrazione, non per un esame di coscienza. Lo prevede la legge. Il resto (la politica, i cortei, le bandiere) sta fuori dalla porta.

C’è un’ironia, in tutta questa storia. Mentre qualcuno sbatte la porta in faccia a un cliente, una compagnia aerea scommette che di clienti come quello ne arriveranno parecchi. Due voli a settimana, per tutto l’inverno, verso una delle zone più turistiche d’Italia.

Il Garda, le Dolomiti, Verona con la sua Arena vivono di chi arriva da fuori. Ci sono i tedeschi e gli olandesi, gli americani e gli inglesi, e da fine ottobre ci sarà anche qualche israeliano in più, che arriverà con le valigie come tutti gli altri e si aspetterà un letto e magari un consiglio su dove mangiare il risotto all’Amarone. Il primo volo atterrerà al Catullo il 29 ottobre, e per albergatori e ristoratori del lago sarà l’occasione di dimostrare che l’accoglienza veronese funziona come sempre, per chiunque scenda da quell’aereo.

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