Cronache dal coronavirus e il senso per ognuno di noi di questo momento

A quattro giorni dall’ultimo decreto restrittivo.

A quattro giorni dall’ultimo DCPM, il più restrittivo, a casa in smart working, il secondo giorno con la mascherina per andare a comprare il pane, a due passi da casa con l’autocertificazione in tasca, mi ritrovo addosso un desiderio di scrivere di questi strani giorni sempre più impellente, si tratta di una esigenza catartica, improrogabile.

Umano del marzo 2020, abitante emisfero boreale, padre, cittadino, cooperatore, lavoratore, credente (categorie non necessariamente in ordine di importanza), mi ritrovo anch’io negli infausti giorni del coronavirus a condividere con il resto dei miei simili una situazione inattesa, mai vissuta in questo secolo e, probabilmente – prima e seconda guerra mondiale a parte – neanche in quello precedente.

Domenica pomeriggio, messa vespertina, rispettando le norme già emanate: a un metro di distanza gli uni dagli altri, nessun segno della pace, comunione in mano, e poi a casa. Il tempo di cenare e subito il Premier in TV, a reti unificate, con tono grave annuncia: nuove, gravi restrizioni. Di lì a poco fioccano le notifiche su mail e whatsapp: da lunedì niente messe, chiese chiuse. Sconforto e angoscia sono i primi sentimenti, un salto sui social dove mi colpisce un post, quello di Vatican news: “Vi diamo appuntamento qui, domani, alle ore 7.00 per seguire in diretta la Santa Messa che Papa Francesco celebra da Casa Santa Marta. Buona notte a tutti. #unitinellapreghiera”. Uno spiraglio di luce che mi accompagna ad una notte comunque poco serena.

Lunedì inizia all’alba, sveglia puntata allo streaming del Papa, toeletta, colazione e primo giorno di smart working, tutto dedicato a far girare comunicati e circolari alle aziende che seguiamo con l’associazione per cui lavoro. Martedì uguale, ci concentriamo ad informare le cooperative e altri enti su procedure da attivare, di concerto con le OO.SS., per richiedere all’INPS, al Governo, alla R.A.S. l’attivazione del FIS (Fondo Integrativo Salariale) e/o altre procedure di ammortizzatori sociali. Dobbiamo supportare dirigenti, imprenditori ed operatori nel far fronte alla gravità della situazione, che rischia di mettere a rischio stipendi e posti di lavoro, anche ad Olbia e Gallura.

In pausa pranzo penso di fare una “spesina”, convinto che sia un orario più favorevole per evitare file e i famosi “assembramenti” proibiti dai decreti. Cerco il market più vicino, inforco la mascherina e mi avvio al carrello per fare – da subito – esperienza del meglio e del peggio che offriamo in queste situazioni. Ho solo monete da 2 euro e il carrello non li prende, una vecchina mi vede in difficoltà e mi regala un gettone idoneo. Mi metto in fila, siamo una decina ad ampia distanza di sicurezza, sguardi quasi torvi, i più ben mascherati e in occhiali da sole. Un giovane di colore, quando esce l’addetta agli ingressi contingentati, si approssima all’ingresso ma non fa in tempo ad entrare che un signore “maturo” lo apostrofa: “Dove vai? Prima noi che siamo di qui!”.

Il giovane – un armadio color ebano – controllandosi: “Ma cosa dici, sono di qui anch’io”. I più fra l’imbarazzato e il perplesso abbozziamo un sorriso e un mezzo ghigno, sono tempi così. Poi dentro a far la spesa e via in cassa, distanziati ad un metro, come ricordano le bande rosse applicate sul pavimento. Fin qui la cronaca, quasi un diario. Inevitabili alcune riflessioni alla luce di quello che, per me, è un mantra, la stella polare prima di considerazioni filosofiche o di pancia “Poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore; molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità” (Alexis Carrel, Riflessioni sulla condotta della vita).

Ci ritroviamo tutti chiusi in casa, giovani, adulti e non più giovani, a rispettare regole mai conosciute e sacrifici mai fatti, privi di libertà personali date per scontate da sempre, convivenze forzate h24, davanti un pc o un display, col telelavoro o a lezione su piattaforme scolastiche, quelli fortunati. Oppure forzati del lavoro, in condizioni di sicurezza precaria (rispetto al contagio): trasportatori, corrieri, operai in fabbrica; o di vero e proprio pericolo: medici, infermieri, operatori sanitari in genere (il quotidiano bollettino degli ospedali, da Milano a Nuoro, è angosciante).

Il virus è una lente di ingrandimento su di noi, sulle nostre debolezze e fragilità, sui nostri punti di forza e sui valori che ci sostengono, che ci animano nel reagire, oppure che ci vedono immobili di fronte al pericolo, o che ci spronano ad affrontare una realtà che, nell’immediato, percepiamo comunque tutti come ostile, nemica. Allora non resta altro, se siamo leali con il desiderio di bene che abbiamo dentro, di cercare di trovare, comprendere e applicare, le speranze cui affidarci per resistere all’angoscia che ci attanaglia, chi più e chi meno (i meno per incoscienza o ignoranza, sia chiaro).

Nei messaggi di amici, colleghi e conoscenti, girano video e meme, dapprima ironici e quasi divertenti, poi, anche sui social, sempre più sentimenti di collera, di rabbia malamente dissimulata o priva di qualsiasi inibizione o censura. Anche qui viaggia il meglio e il peggio di una umanità confusa. C’è chi si sfoga con insulti a questo o a quel presunto responsabile, politico o amministratore, medico o ipotetico esperto, dagli all’untore! Si rispolverano le reminescenze del liceo di manzoniana memoria, le cronache della peste a Milano. I preti che celebrano messa via streaming aumentano, offrendo a chi crede momenti di preghiera e meditazione, ad Olbia don Mauro, don Antonio, don Theron, don Gianni, a Golfo Aranci don Mirco. Dalle loro pagine risulta che le dirette Fb sono più seguite e partecipate che le messe dal vivo del “tempo normale” ormai alle spalle, anche i forum si popolano di fedeli, vecchi e nuovi, alla ricerca di parole di conforto.

I sindaci, anche loro, vanno su Fb per ribadire le indicazioni del Governo, e per dare indicazioni suppletive a livello locale, e, finalmente, anche per avvisare di nuovi servizi per le categorie più deboli: la Croce Rossa farà la spesa per gli anziani; market, ristoranti e pizzerie offrono servizio a domicilio. Le Associazioni Datoriali e le OO.SS. si prodigano, pur nei limiti dello smart working, su due fronti: da un lato a supportare le aziende e i lavoratori diffondendo tutte le informazioni utili per lavorare con maggior sicurezza, dall’altro stimolando Governo, Regione e Istituzioni a varare, al più presto, strumenti e misure straordinarie per garantire nell’immediato futuro la tutela degli stipendi e dei posti di lavoro.

La vita non si ferma, quasi tutti abbiamo un po’ di tempo in più per pensare (una fatica stare con noi stessi, nel silenzio), per fare una telefonata ad amici lontani (a proposito, ricordiamoci soprattutto che i pensionati e gli anziani hanno meno opportunità di noi di muoversi e spostarsi – si può solo per lavoro o per gravi motivi di salute), per organizzare dirette familiari o fra amici su skype o altre piattaforme. Insomma reagiamo cercando di portare e ricevere un po’ di umanità e conforto, di farci un po’ di compagnia in attesa della primavera che tarda ad arrivare.

Don Julian Carron, successore di don Giussani, giorni fa sul Corriere, e ieri sul web, suggeriva una ipotesi di lavoro. “In queste settimane ciascuno potrà vedere quale posizione prevale in sé: se una disponibilità ad aderire al segno del Mistero, a seguire la provocazione della realtà, oppure il lasciarsi trascinare da qualunque “soluzione”, proposta, spiegazione, pur di distrarsi da quella provocazione, evitare quella vertigine. Ciascuno di noi potrà poi verificare la reale consistenza delle “soluzioni” in cui ha cercato rifugio”. Per me, e per molti amici e amiche, nonostante il dramma dell’incertezza futura questo è un tempo privilegiato per chiederci “come stare da uomini davanti a questa circostanza?”.

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