I 10 film da vedere su Amazon Prime Video

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I film consigliati su Amazon Prime Video

Amazon Prime Video nell’ultimo periodo ha arricchito il suo catalogo di moltissimi film interessanti, in particolare di tanti capolavori della storia del cinema. Infatti, accanto alle sue produzioni, ha acquistato i diritti di famosi kolossal, così come anche di tante opere minori. Ecco quindi che sulla piattaforma si può trovare qualsiasi tipo di prodotto: dai film d’autore ai cult intramontabili, dalle pellicole di genere ai film sperimentali. In questo articolo vi proponiamo i migliori 10 film da vedere su Amazon Prime Video, selezionati in base alla loro qualità e alla loro importanza cinematografica, elencati in ordine alfabetico e non d’importanza.

Si passerà dai drammi alle commedie, dai thriller al gangster movie, in una carrellata senza nazionalità e senza preferenze di alcun tipo, se non il minimo comune denominatore della bellezza e della cura cinematografica. Lungometraggi che non solo hanno fatto la storia del cinema, ma hanno lasciato in tutti noi un segno indelebile. Un decalogo di cinema e per gli spettatori, unici veri destinatari di ogni opera audiovisiva. Ma non perdiamo tempo, veniamo subito alla nostra lista di film da vedere su Amazon Prime Video.

Bellissima

Cosa succederebbe se una popolana romana, al secolo Maddalena Cecconi (Anna Magnani), decidesse per sua figlia (Tina Apicella) un avvenire da diva e, per ottenerlo, fosse disposta anche a mandare a monte il suo matrimonio? Di questo parla Bellissima di Luchino Visconti, così come anche dell’amarezza della protagonista davanti all’ingannatore Alberto Annovazzi (Walter Chiari). Davanti ad una trama dolceamara, il regista decostruisce l’illusione della fama cinematografica, giocando su un tono drammatico, ma anche grottesco. Questi due tratti- probabilmente un portato dell’aiuto in fase di sceneggiatura da parte di Francesco Rosi e Suso Cecchi D’Amico– riescono ad agganciarsi egregiamente all’Elisir d’Amore di Donizetti. Non mancano però le autointerpretazoni, sintomo di una manifesta polemica con l’impostazione neorealista del tempo (il film è del 1952); e in aperta contraddizione con la rappresentazione del popolo. Ecco dunque Alessandro Blasetti, Mario Chiari, Corrado Mantoni e Luigi Filippo D’Amico nel ruolo di loro stessi.

Come detto la pellicola si rifà anche al “neorealismo” e chiave di volta dell’opera è la messinscena delle classi meno abbienti: qui si perde la poetica “pasoliniana” del popolo, raffigurato invece pieno di idiosincrasie e insofferenze “realistiche”, condannato ad un destino verghiano da “ciclo dei vinti”. Ciononostante il comparto tecnico è di ottimo livello e il soggetto, di Cesare Zavattini, nella sua semplicità racchiude molteplici ipotetiche variazioni sul tema; variazioni testimoniate dalle tre riscritture redatte in fase di pre-produzione, le quali hanno poi permesso la stesura finale. Nota di merito a Anna Magnani: mastodontica e privata dei tratti gigioneschi in cui era possibile incappare. Essa riesce invero a superare le posizioni rosselliniane e rende appieno una condanna ad un mondo al quale, volente o nolente, appartiene. Circondata da un’atmosfera nevrotica la Magnani emerge e riesce a non perdere il tratto satirico. Un film da vedere su Amazon Prime Video.

Brazil

Se il film trae il titolo da Aquarela do Brasil di Ary Barroso, non si può dire che l’opera in questione riprenda criticamente solo il senso della canzone in maniera diegetica. Infatti Terry Gilliam, autore della pellicola, in questo lavoro del 1985 decide sostanzialmente di sovvertire la tecnica cinematografica fantascientifica e di fonderla con il cinema d’autore. La trama è infatti molto lineare: in un universo distopico, dispotico ed orwelliano, Sam Lowry (Jonathan Pryce) è un impegnato dell’archivio per il Dipartimento Informazione ed è tallonato dalla madre (Katherine Helmond), fanatica della chirurgia plastica e determinata a fargli avere una promozione. Ottenuta quest’ultima, contro l’iniziale volontà del figlio, l’esistenza di Sam verrà scardinata dall’incontro con Jyll (Kim Greist), una donna identica a quella dei suoi sogni. Ma essa è in odor di terrorismo e i poteri forti sono determinati ad acciuffarla, mettendo Sam davanti ad un enorme problema: salvarla o salvarsi?

Le coordinate narrative sono abbastanza elementari, soprattutto nel contesto di un film di fantascienza, ma la messinscena fa grande la pellicola. La scenografia diventa parte integrante del capolavoro e le citazioni postmoderne, antecedenti alla moda tarantiniana di 10 anni dopo, elevano il risultato. Si passa da grandangoli tipici di Welles a scene trasognanti alla Fellini, da carrellate lente e hitchcockiane a transizioni spielbergiane. Fondamentalmente, nonostante alcuni espedienti produttivi a tratti infantili, Gilliam abbandona i toni comici dei Monty Python, a favore di una chiave umoristica e satirica, tinteggiata dal cinismo, dal sarcasmo e dal grottesco. La chiave per tutto questo rimescolamento contenutistico: la cinematografia. Il montaggio si scinde in un accostamento inedito e dinamico di inquadrature e la fotografia, giocata molto sui tratti espressionistici, consente al film di riprendere diverse atmosfere di genere. Un film epocale ed importante, un film da vedere su Amazon Prime Video.

Fitzcarraldo

Un film folle, così come il suo autore: Werner Herzog. Girato nel 1985, a fronte di un esborso personale del regista di 9 miliardi di lire, Fitzcarraldo rappresenta l’ennesima utopia cinematografica del regista tedesco. La pellicola racconta la storia dell’esploratore Fitzcarraldo (Klaus Kinski), Brian Sweeny Fitzgerald, e del suo sogno di portare l’opera lirica nel cuore dell’Amazzonia mediante la costruzione di un teatro nell’entroterra peruviano. Nel farlo dovrà affrontare madre natura,  risalendo i fiumi prima e servendosi degli Indios per trasportare oltre una montagna un’imbarcazione. In questo caso, così come in tanti altri della filmografia del genio bavarese, la realtà si fonda con la fantasia e i tre anni di riprese del film vedranno Herzog correre rischi ed essere accusato di sfruttamento da parte dei nativi. Eccoci dunque davanti ad una pellicola instabile, ma nella quale, proprio in virtù di questo suo squilibrio, risiede un fascino misterioso.

Produzione tedesca, l’opera è indubbiamente notevole. L’artista monegasco mette in scena un film sulla resilienza del sogno, sulla determinazione e sull’ossessione. Non stupisce quindi la dichiarazione poetica di Herzog, che in un certo senso è l’emblema di questa sua fatica: “Se io abbandonassi questo progetto sarei un uomo senza sogni, e non voglio vivere in quel modo. Vivo o muoio con questo progetto”. Tecnicamente si resta estasiati da alcuni momenti, in particolare dall’armonia esistente tra magniloquente lentezza di alcuni movimenti di macchina e l’epica utopia narrativa. In un mix di primi piani, campi lunghi, piani americani ed un’uso limitato -ma sapiente- della camera a spalla, Herzog costruisce un unicum della storia del cinema. Infine il cast non solo annovera Klaus Kiski in veste di protagonista, ma ha dalla sua la presenza di Claudia Cardinale (Molly) e José Lewgoy (Don Aquilino). Un film da vedere su Amazon Prime Video.

Metropolis

La vetta del cinema muto e di Fritz Lang, autore ingiustamente criticato per il suo successivo periodo americano. Ma qui con Metropolis c’è poco da dire: siamo davanti alla storia del cinema. A favore di una trama volutamente contorta, ecco che il regista costruisce un sottotesto dalle brillante. Il lungometraggio si distende sulle vicende di Freder Federsen (Gustav Fröhlich) che nel 2026 scopre una città sotterranea costituita da operai, tenuti tutti sotto scacco da suo padre Johann Fredersen (Alfred Abel) in maniera dispotica. La scoperta avviene per caso, ossia a causa della ricerca di Maria (Brigitte Helm), sua amata che ha voluto rischiare entrando nei giardini riservati alle classi più agiate. Successivamente Freder si sostituirà all’operaio 11811 (Erwin Biswanger), in maniera tale da poter salvare l’innamorata. Ma dovrà vedersela col padre e Rotwang (Rudolf Klein-Rogge), rapitore di Maria. Come finirà?

Metropolis è uno degli apici del cinema muto e ancora oggi, a distanza di 93 anni e rivisitato dal compositore Giorgio Moroder, non ha perso un briciolo della sua potenza visiva. Perciò non sono scomparse le grandi geometrie e l’impianto architettonico magniloquente, che lambisce il modellismo e la grandezza naturale grazie all’effetto Schüfftan, qui utilizzato per la prima volta. Si recepisce anche la sceneggiatura di Theavon Harbou, troppo spesso criticata per colpa della versione mutilata del film che circolava fino al 2010. Tuttavia Metropolis è molto di più: è sincretismo tra letteratura, architettura, storia cinematografica ed anche riflessione esistenziale e filosofica, con un particolare riferimento, in certi casi, alle Scritture. Tutto si dispiega in una perenne oscillazione tra l’ambivalente, l’utopia/distopia -così come il suo portato fantascientifico- e il sogno visionario, seppur smorzando la rivolta di classe. Sicuramente un film da vedere su Amazon Prime Video.

Il padrino

Capolavoro cinematografico di Fracis Ford Coppola e acmè della “New Hollywood”. Il padrino è questo, ma non solo. Tratto dal romanzo di Mario Puzo, Il padrino è forse il più copiato e il più  famoso film gangster della storia del cinema. L’opera narra l’epos della famiglia mafiosa dei Corleone nella New York del 1945 e della sua mutazione all’indomani di una guerra criminale nella Grande Mela. Alla testa dei Corleone si trova Don Vito (Marlon Brando), padrino indiscusso e con un codice etico inviso ai suoi rivali mafiosi italoamericani. Difatti Don Vito non si piega al traffico di dorga propostogli da Virgil Sollozzo (Al Lettieri), detto “il Turco”, su ordine del clan “Tartaglia”. Questo rifiuto scatenerà una guerra tra le cinque famiglie mafiose newyorkesi e condurrà non solo a molti attentati, ma anche a repentini cambi di strategia, a sacrifici incommensurabili e prese di punti di non ritorno.

Nel parlare del Padrino non bastano le parole. È una pellicola molto complessa, lunga, maestosa e di pregevole fattura. A colpire non è solo il cast, che vede in prima fila Marlon Brando, Al Pacino (Michael Corleone), James Caan (Sonnie Corleone), Talia Shire (Connie Corleone), John Cazale (Fredo Corleone) Robert Duvall (Tom Hagen) e Diane Keaton (Kay Adams); ma risulta eccellente tutto il comparto tecnico, a partire dall’iconica fotografia di Gordon Willis. Altrettanto belle sono la scenografia e la colonna sonora, quest’ultima composta da Nino Rota e diventata quasi una reliquia cinematografica. Parimenti la regia di Coppola si distingue per il suo portato innovativo e pionieristico, spezzando tanti stilemi della regia statunitense. Di conseguenza il film appare tuttora modernissimo e non ha perso neanche un briciolo della sua potenza audiovisiva. In conclusione Il padrino è un classico del cinema novecentesco, tra i migliori film da vedere su Amazon Prime Video.

Il posto delle fragole

Ingmar Bergman è tra i più grandi registi della storia del cinema e Il posto delle fragole giustifica questa considerazione. Prendendo le mosse dal ritiro di un’onorificenza accademica da parte del grande medico Isak Borg (Victor Sjöström), accompagnato dalla nuora (Ingrid Thulin), il regista sviluppa una parabola esistenziale di rara bellezza. Il viaggio non è altro che un percorso a tappe, nelle quali il dottore potrà riflettere sul suo vissuto, sui suoi sogni, le sue delusioni e le atmosfere reali e immaginifiche della sua vita. Ma c’è un solo vero protagonista dell’opera: la solitudine. Essa è onnipresente e, nonostante gli stilemi da road movie, il flusso narrativo oscilla tra una dimensione trasognante e una invece positivistica. Solo il finale riuscirà veramente a risolvere questo dualismo cinematografico, indirizzando favolisticamente l’arco tracciato dal tempo filmico.

L’Orso d’oro del 1957 sembra così più che meritato, alla luce sia del valore catartico dell’opera sia dei temi trattati: la morte, il tempo, la maschera sociale, l’infelicità. Spartiacque spesso dimenticato è anche il carattere del figlio di Isak, il giovane Evald (Gunnar Björnstrand). Egli funge sia da parallelismo, derivante quasi dalla tragedia greca, sia da differenziale morale e generazionale. Inoltre tutto il livello narrativo-diegetico viene sostenuto da un piano artistico-simbolico; quest’ultimo sorretto da un sonoro, una scenografia e una fotografia eccellenti. Dal punto di vista tecnico bisogna all’opposto sottolineare due particolari non indifferenti, ovvero il sapiente utilizzo della mise en abyme e quello della voce fuoricampo. C’è quindi un grande ragionamento dietro, evidente anche dalla separazione delle due aree estetiche: “il posto delle fragole”, cioè lo spazio extraurbano, e la città. Un film da vedere su Amazon Prime Video e che, non causalmente, Woody Allen riprenderà spesso.

Quarto Potere

IL film per eccellenza e la cui aura di capolavoro rimarrà sempre impressa nella storia del cinema. Al di là dei riconoscimenti però è indiscutibile la qualità del film, per quanto esso viva di una trama molto semplice: alla morte dell’editore Charles Forster Kane (Orson Welles), un giornalista  (William Alland) viene incaricato di ricostruire la biografia e svelare il significato della sua ultima parola: “Rosebud”. Da qui l’inizio di 4 interviste, rivolte alla seconda moglie Susan Alexander (Dorothy Comingore), al fidato consigliere e collega Bernstein (Everett Sloane), al suo migliore amico Jodediah Leland (Joseph Cotten) e all’onesto maggiordomo (Paul Stewart). In questo modo il reporter verrà a conoscenza dei diversi lati di Kane, senza riuscire comunque a tracciare un quadro univoco del suo carattere né tantomeno a risolvere l’enigma. Così Welles, onnipresente nella produzione, crea uno dei film più importanti del cinema novecentesco, ribaltando tutte le certezze hollywoodiane del tempo.

Opera enormemente influente per la tecnica cinematografica, Quarto Potere porta con sé molti elementi innovativi: l’intreccio narrativo costituito da un intrico di flashback che cambiano prospettiva sui medesimi argomenti, il soggetto fortemente critico nei confronti della società americana e del suo fantomatico sogno, e l’utilizzo pionieristico della profondità di campo, in particolare grazie alla bravura di Gregg Toland e alle moderne tecniche di illuminazione. Con questo film si può dire che nasca un nuovo modo di intendere la critica cinematografica, laddove anche si sviluppa la concezione del regista-autore. Merito di tutto questo è da ricondurre ad una regia egregia, che si sviluppa in Dutch-angle, panoramiche oblique, campi larghi e carrellate; tutti espedienti volti a generare inquadrature visionarie. Welles plasma così una pietra angolare della settima arte, destinata successivamente ad influenzare i cineasti di tutte le epoche successive, nonostante una tiepida accoglienza nel 1941.

Re per una notte

Joker prima di Joker , sotto certi punti di vista si, ma questo non renderebbe giustizia ad un film molto più grande di quello menzionato. Re per una notte è una pellicola inquietantemente attraente, il cui fascino deriva forse dalle condizioni in cui si trovava Martin Scorsese al momento della realizzazione: tossicodipendente e depresso. Ne viene fuori uno studio psicologico su uno psicotico: Rupert Pupkin (Robert De Niro). Quest’ultimo sequestra Jerry Langford (Jerry Lewis), comico affermato con uno show televisivo tutto suo. La condizione per liberarlo è quella di concedere a Rupert un invito nello show, affinché egli possa dimostrare a tutti la sua bravura e ottenere la fama. Scorsese affida il carico dell’opera a De Niro e questi non delude assolutamente;  l’italoamericano regala una prestazione istrionica sublime ed oltrepassa l’idea di fondo della produzione: la battaglia tra nuovo cinema e vecchia Hollywood.

Un superamento della metafora che compiono gli attori e che De Niro carica palesemente. Dietro al suo personaggio c’è di tutto: il divismo, l’assenza del Welfare State, il sogno americano, la pazzia, la mancanza di spirito critico. In sostanza c’è la società americana, la cui moda viene sbeffeggiata simbolicamente da costumi abbastanza emblematici. A detta di molti critici Re per una notte è un buon film, ma niente di speciale. Forse sotto certi punti di vista hanno ragione, ma a parer di chi scrive, che lungi da porsi come portatore della verità, sembra che molti trascurino l’inedito paradosso tra risata e paura che si instaura in una strana combinazione, diversa da quella grottesca. La pellicola è formalmente una commedia, ma in certi casi terrorizza, probabilmente perché rivelatrice di un “mostro” sopito nel carattere di ciascuno. Un lungometraggio speciale del 1982 e perciò un film da vedere su Amazon Prime Video.

La sottile linea rossa

A distanza di 20 anni dal suo ultimo lavoro (I giorni del cielo), nel 1998 Terrence Malick torna al cinema e dirige questo film straordinario. Per la prima volta il regista texano decide di approcciarsi ad un genere complesso come il war movie e il risultato è sbalorditivo. Riprendendo l’omonimo romanzo di James Jones e la battaglia di Guadalcanal, l’autore ci narra le vicende di Witt (Jim Caviezel), un soldato dapprima disertore e poi eroe, quella del capitano Staros (Elias Koteas), in piena lotta con i sogni di gloria tinteggiati di follia del colonnello Tall (Nick Nolte), la parabola del sergente Welsh (Sean Penn) ed infine quella del soldato Bell (Ben Chaplin), dilaniato dalla lontananza da casa. Tuttavia Malick si modernizza con grande maestria, attraverso flashback, flashforward e creando un microcosmo dominato da caratteri dotati di un’autonomia impareggiabile.

Egli domina la materia e seziona la forza centrifuga della guerra mediante i volti, gli ambienti e gli avvenimenti storici; complessivamente in una chiave antistorica e antiretorica, non a caso invisa agli Oscar (vinse Salvate il soldato Ryan). Predomina infatti, in maniera lampante, la presenza di una struttura metafisica dietro alla realizzazione della pellicola, la quale non a caso ha fatto parlare di cinema-filosofia. Essa si presenta come un’opera complessa, ragionata, ma non per questo poco poetica: il flusso narrativo appare invece un elegia, capace di giostrarsi su ellissi, simbologie ed evocazioni. La regia  esaspera l’utilizzo della steadycam e del crane, ma in tal modo spezza i canoni del film di guerra. Infine la fotografia, ad opera di John Toll, incanta con la golden hour e le musiche di Zimmer. In breve: un film imperdibile da vedere su Amazon Prime Video.

Il vangelo secondo Matteo

Il miglior film di Pasolini. Arrivato oramai al suo terzo lungometraggio, l’artista friulano raggiunge la piena maturità cinematografica e realizza una pellicola epocale: Il vangelo secondo Matteo. È minimalista intendere quest’opera come una mera trasposizione del racconto evangelico del Nuovo Testamento, dal momento che, oltre all’annunciazione e alla resurrezione, c’è molto di più. Pasolini lavora sull’iconografia con un suo linguaggio cinematografico e riporta la parola di Cristo con profondo realismo. Egli decide infatti di eliminare i passi escatologici e la maggioranza dei miracoli, in virtù di un’ottica quasi nestoriana. Tuttavia il poeta di Casarsa restituisce senza dubbio il miglior film di sempre su Gesù e, non a caso, lo dedica “alla cara, lieta, familiare memoria di Giovanni XXIII”. Il risultato finale è pertanto severo e laico, ma al contempo in grado di cogliere, o meglio “ricreare”, il mistero del divino.

Dal punto di vista tecnico P.P.P. riadatta il suo registro stilistico, giocando tra la camera a mano, che bracca i volti dei caratteri, e la riproposizione della pittura sacra medievale. Non è insolito quindi trovarsi di fronte a figure di matrice tardo trecentesca e quattrocentesca, a riprova dell’enorme lavorio di messinscena operato da Pasolini. Colpisce però, più di tutto, l’equilibrio tra la violenza della natura umana, rappresentata ad esempio dal lebbroso e dalla crocifissione, e la contemplazione lirica, raffigurata dal battesimo e dall’annuncio della resurrezione. È peculiare, ma proficua, la scelta di utilizzare attori non professionisti e anche quella di girare tra i Sassi di Matera, quasi a voler riproporre l’asperità e la ruvidezza dell’Italia meridionale. Nel cast figurano: Enrique Irazoqui (Gesù), Margherita Caruso (giovane Maria), Susanna Pasolini (Maria anziana), Marcello Morante (Giuseppe), Paola Tedesco (Salomè) e Giorgio Agamben (Filippo). Gran premio della giuria a Venezia.

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