Cade a pezzi l’ex Club Med di Caprera.
Il vento di maestrale che soffia su Cala Garibaldi non riesce più a cancellare il silenzio spettrale di quello che, per quasi sessant’anni, è stato il cuore pulsante del turismo internazionale in Sardegna. Oggi, l’ex Club Méditerranée di Caprera è un monumento al degrado, una ferita aperta nel cuore dell’arcipelago di La Maddalena che solleva interrogativi pesanti sulla gestione del patrimonio pubblico e sull’utilizzo dei soldi dei contribuenti. Dove un tempo sorgeva un modello pionieristico di ecoturismo invidiato in tutto il mondo, ora restano solo macerie, vegetazione incontrollata e una burocrazia paralizzante che sembra incapace di restituire dignità a uno dei luoghi più belli del pianeta.
Per comprendere la gravità della situazione attuale, è necessario fare un salto indietro nel tempo e tornare alla gloriosa stagione degli anni Sessanta. Fondato a metà degli anni cinquanta, il villaggio di Caprera rappresentava una vera e propria utopia realizzata. In un’epoca in cui il turismo di massa cominciava a cementificare le coste del Mediterraneo, il Club Med propose una filosofia rivoluzionaria basata sul totale rispetto della natura e sulla condivisione. Si dormiva nei celebri tucul, le iconiche capanne di paglia e legno ispirate alla tradizione africana, perfettamente integrate sotto la pineta a ridosso del mare cristallino. Non c’era spazio per la tecnologia, per la televisione o per il denaro contante, sostituito dalle storiche collanine di plastica colorata usate come moneta al bar. Era un lusso primitivo e colto che attirava intellettuali, professionisti e giovani da ogni angolo d’Europa, uniti dal desiderio di vivere il mare, la vela e lo sport in totale libertà.
Quella straordinaria avventura si è interrotta bruscamente nei primi anni 2000, quando le strategie commerciali del colosso francese sono cambiate e la struttura, troppo spartana per i nuovi standard del turismo d’élite, ha mostrato i segni del tempo. Nel 2014, dopo lunghi contenziosi legali e progetti di rilancio mai decollati, la multinazionale ha riconsegnato ufficialmente le chiavi dell’area alla Regione Sardegna, proprietaria del demanio. Da quel momento è iniziato il vero e proprio declino. Privata di sorveglianza e di un piano di riconversione immediato, l’area è scivolata in uno stato di abbandono totale che dura ancora oggi.
Camminare oggi tra i sentieri di Cala Garibaldi significa compiere un doloroso viaggio nel degrado. La zona centrale, che un tempo ospitava le cucine e il ristorante dove si incrociavano le vite di migliaia di ospiti, versa in condizioni strutturali critiche, con solai pericolanti sbarrati alla meglio per impedire l’accesso ai curiosi. I pontili in legno che si affacciavano sul mare oggi sono scheletri inagibili, corrosi dalla salsedine e dal tempo. Molti dei vecchi bungalow sono stati letteralmente inghiottiti dalla macchia mediterranea, mentre le infrastrutture di base, dalle reti antincendio all’approvvigionamento idrico, sono ormai inesistenti.
Questo scenario di devastazione genera una profonda e legittima rabbia nei cittadini e nei turisti che hanno amato questo paradiso. Ci si chiede, inevitabilmente, come sia possibile che lo Stato e gli enti locali non riescano a intervenire per bonificare e valorizzare un sito di tale pregio, e dove finiscano i soldi delle tasse dei contribuenti se un patrimonio pubblico viene lasciato marcire. La risposta risiede in una giungla burocratica apparentemente insuperabile, dove le competenze si sovrappongono e si annullano a vicenda. Il sito si trova all’interno del Parco Nazionale dell’Arcipelago di La Maddalena, il che impone vincoli ambientali giustamente severissimi, ma la gestione pratica è in capo alla Regione Sardegna, le cui lentezze amministrative hanno finora impedito la pubblicazione di un bando internazionale serio ed efficace per il recupero eco-sostenibile dell’area.
La parabola dell’ex Club Med di Caprera dimostra come la mancanza di visione politica possa trasformare una risorsa economica e culturale in un costo sociale e in un pericolo ambientale. Il contrasto tra la bellezza mozzafiato della natura circostante e lo squallore delle strutture abbandonate è il ritratto di un’occasione sprecata. Il risanamento di Cala Garibaldi e la nascita di un nuovo modello di ospitalità leggera e sostenibile non sono più solo un auspicio, ma un atto dovuto nei confronti di un’isola che merita di essere protetta e non dimenticata.
