Granchio blu, l’allarme dalla Gallura: “Serve una moratoria”

Granchio blu San Teodoro

L’allarme per il granchio blu in Gallura.

L’avanzata del granchio blu lungo le coste del nord-est della Sardegna non costituisce più un semplice fenomeno biologico, ma una vera e propria emergenza ecologica ed economica che sta mettendo in ginocchio la biodiversità e la filiera del mare di tutto il litorale gallurese. Dagli stagni di San Teodoro e Budoni fino al Golfo di Olbia, centro nevralgico della mitilicoltura sarda, la voracità di questo crostaceo alieno sta alterando gli equilibri marini e causando perdite finanziarie ingenti. La pressione dell’intruso si estende lungo le insenature di Golfo Aranci, Porto Rotondo e della Costa Smeralda, spingendosi a nord verso le bocche di Bonifacio, Palau e l’Arcipelago di La Maddalena, per poi piegare a ponente verso le scogliere di Santa Teresa Gallura e le spiagge di Badesi.

I danni sotto il profilo economico sono allarmanti.

Particolarmente colpita è la mitilicoltura nel Golfo di Olbia, dove i granchi blu si arrampicano sui pali di sostegno e risalgono lungo i filari verticali per attaccare le tese, ovvero le strutture portanti degli impianti di allevamento. Con le loro potenti chele, questi crostacei tranciano le calze di rete contenenti le cozze in accrescimento, facendone cadere a quintali sul fondale e vanificando mesi di lavoro degli allevatori. Anche l’allevamento di ostriche subisce la stessa sorte. A questa distruzione si aggiunge l’azzeramento del pescato pregiato intrappolato nelle reti e i notevoli costi per la riparazione continua delle attrezzature danneggiate. La commercializzazione alimentare del granchio blu non riesce a compensare queste perdite: i prezzi d’acquisto all’origine restano troppo bassi per coprire perfino le spese del carburante, costringendo le istituzioni a ricorrere a fondi di emergenza e ristori di calamità.

Di fronte a questa crisi, si fa sempre più strada una soluzione biologica basata sulle dinamiche naturali della catena alimentare: la tutela del polpo comune come predatore antagonista del granchio blu. Il cefalopode possiede una combinazione unica di forza, intelligenza e armi anatomiche capaci di sopraffare il crostaceo invasore. La presa salda dei suoi tentacoli e delle ventose blinda le pericolose chele dell’aggressore, mentre l’azione del becco corneo e dell’agente paralizzante contenuto nella saliva permette al polpo di perforare la spessa corazza dell’intruso in pochissimo tempo.

Le iniziative di ripopolamento e i limiti della lotta biologica.

Su queste premesse scientifiche si fondano iniziative di ampio respiro come il progetto Octo-Blu, nell’ambito del quale – tra luglio e agosto 2026 – sono stati liberati circa mezzo milione di giovani polpi lungo la costa adriatica per una lotta biologica mirata al contenimento della specie invasiva. Tuttavia, il solo inserimento di centinaia di migliaia di esemplari rischierebbe di non produrre i risultati sperati se non inserito in un piano di gestione più rigido. In linea con un pensiero sempre più diffuso tra esperti, pescatori e comunità locali, l’immissione di giovani polpi non appare sufficiente se la loro presenza nei mari viene immediatamente vanificata da una pesca incontrollata.

Per trasformare la fauna locale in uno strumento di contrasto biologico, guadagna sempre più consenso l’ipotesi di approvare una moratoria di almeno tre anni sulla pesca del polpo. Questa proposta non è soltanto al centro dei dibattiti scientifici tra gli esperti del settore, ma è diventata un argomento di discussione e confronto sempre più sentito anche tra la popolazione locale, i pescatori e i cittadini che vivono e difendono le coste sarde. Un blocco temporaneo delle catture consentirebbe a questo cefalopode di rigenerarsi e ripopolare in maniera massiccia secche e scogliere, creando una barriera naturale insuperabile nei bracci di mare aperto lungo tutto l’arco costiero.

L’adozione di una moratoria triennale per la pesca del polpo rappresenterebbe, quindi, una strategia di gestione ambientale sostenibile che affiancherebbe la tutela delle specie autoctone ai tradizionali indennizzi economici. Ripristinare l’equilibrio tra predatori e prede nei mari della Gallura appare un passaggio fondamentale per bloccare l’espansione del granchio blu, proteggere la flotta della pesca artigianale e salvaguardare il valore dell’intero indotto turistico e gastronomico dell’isola.

Condividi l'articolo