L’Arabia Saudita si rivolge all’Iran in cerca di una de-escalation con gli Houthi nello Yemen, dopo che le sue operazioni militari non sono riuscite a fermare gli attacchi del gruppo contro le infrastrutture vitali del regno.
La visita a Teheran del ministro della Difesa Khalid bin Salman, lunedì, alla presenza di funzionari pakistani e turchi, inserisce il contenimento degli Houthi in un più ampio negoziato sulla sicurezza regionale. Avviene in un momento in cui il costo del protrarsi dello scontro per il regno è in aumento.
La natura degli attacchi rivela un’impasse che va oltre le perdite militari dirette. L’interruzione dei voli negli aeroporti e le minacce agli impianti energetici pesano sull’attività economica, sulla fiducia degli investitori e sulla capacità di Riad di presentarsi come un polo economico sicuro.
In questo modo, gli Houthi possono logorare il regno tenendo le sue infrastrutture sotto minaccia, anche senza ottenere una vittoria decisiva sul campo. Sembra così che siano riusciti a minare in poche settimane l’immagine che Mohammed bin Salman ha cercato di costruire per anni. Rapporti internazionali hanno documentato disagi ai voli e il rinvio di grandi eventi a causa dell’escalation.
Alleanze incrinate
Queste pressioni arrivano dopo la rottura dei rapporti con gli Emirati Arabi Uniti e con le forze del sud dello Yemen da essi sostenute. Ciò solleva interrogativi sul costo dell’indebolimento di partnership locali che avevano accumulato esperienza e influenza sul terreno, dopo che Riad ha cercato di gestire da sola il dossier yemenita.
Secondo il Financial Times, Riad cerca ora di ricucire i rapporti con Abu Dhabi, mentre quest’ultima si mostra riluttante a tornare in guerra. Ciò riflette la difficoltà di sostituire un alleato forte sul campo e disposto a fare sacrifici con la semplice firma di nuovi accordi di difesa.
Sebbene l’Arabia Saudita abbia ricevuto aiuti, il sostegno esterno si concentra più sulla protezione che sul combattere una guerra aperta al suo posto. L’approvazione da parte del Parlamento egiziano di un sostegno difensivo al regno conferma questa tendenza. La cerchia dei partner disposti ad aiutare a proteggere il territorio saudita si allarga, ma i limiti alla loro partecipazione ai combattimenti restano stretti.
In questo contesto, Reuters ha citato un funzionario pakistano secondo cui in Arabia Saudita sarebbero presenti tra 30.000 e 40.000 soldati pakistani per proteggere i confini e contribuire alla difesa aerea. Islamabad ha però contestato i numeri e i dettagli pubblicati, per cui la cifra resta controversa.
È certo, comunque, che forze pakistane sono state schierate lungo il confine saudita con lo Yemen. Questo solleva interrogativi sui timori di Riad di un’invasione via terra.
La leva di Teheran
Sul piano strategico, questa strada offre a Teheran l’opportunità di trasformare il suo rapporto con gli Houthi in un’ulteriore leva negoziale.
Riad, che non è riuscita a imporre con la forza la fine degli attacchi, verifica ora se sia possibile ottenerla attraverso il sostenitore del gruppo, anche se può sembrare che stia mendicando un intervento dopo aver mendicato alleanze sotto il peso dei colpi efficaci degli Houthi.
Il dilemma resta il prezzo della de-escalation e la capacità dell’Iran di garantirla. Resta anche la capacità dell’Arabia Saudita di riconquistare la fiducia degli alleati di cui ha bisogno, affinché la sua sicurezza non dipenda da intese temporanee con i suoi avversari, che la lascerebbero alla loro mercé.
