La Gallura e la piaga della ludopatia che rovina centinaia di famiglie.
Dietro le vetrine scintillanti della Costa Smeralda e i flussi milionari del turismo di lusso, la Gallura e Olbia nascondono una ferita profonda e silenziosa che divora economia e famiglie. Non si tratta di una crisi immobiliare o di recessione industriale, ma di un’epidemia invisibile e dilagante: la ludopatia. A scattare la fotografia di un fenomeno fuori controllo sono i dati diffusi a livello nazionale dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e confermati dalle elaborazioni di settore in Sardegna, dove la spesa complessiva legata all’azzardo (tra fisico e online) si muove su binari record. Ma per verificare la reale corrispondenza di quanto dicono le statistiche sul territorio, basta osservare da vicino il tessuto dei centri galluresi per capire cosa si cela davvero dietro i numeri.
Il dramma del gioco d’azzardo.
Una deriva, quella del gioco d’azzardo di massa, che non rappresenta un’eccezione isolata né un primato negativo circoscritto alla sola Gallura: il fenomeno riflette infatti una piaga sociale estesa in moltissimi centri turistici e industriali della penisola italiana, dove la pressione economica, la stagionalità del lavoro e i cambiamenti del tessuto sociale amplificano le medesime vulnerabilità.
In un territorio complesso e sfaccettato come la Gallura, il fenomeno mostra una doppia e drammatica identità. Da una parte la grande vetrina globale fatta di flussi turistici e cantieri edili in fermento; dall’altra i bar di quartiere, le tabaccherie e gli schermi dei telefoni cellulari dove si consuma la disperazione quotidiana. Incrociando le stime regionali sulla spesa pro capite — che nell’Isola registrano medie tra le più alte d’Italia, superando largamente i mille euro annui per residente — emerge una circolazione di denaro imponente, alimentata sia dalle reti fisiche locali che dai portali telematici.
Sembrano lontani i tempi in cui la febbre del gioco aveva i contorni pittoreschi e goliardici immortalati dal cinema di Steno in “Febbre da cavallo”, tra mandrakate e brividi vissuti attorno ai botteghini degli ippodromi. Anche la Sardegna, del resto, ha una lunghissima e radicata tradizione ippica legata a templi storici come l’Ippodromo di Chilivani a Ozieri, inaugurato agli albori del Novecento e culla di scommesse e tradizioni di galoppo. Ma se allora l’azzardo aveva il volto scoperto della pista di terra battuta e della comunità riunita sugli spalti, oggi quella stessa febbre ha cambiato totalmente pelle, perdendo ogni romanticismo da pellicola cinematografica per diventare un algoritmo freddo e spietato.
L’identikit dei dipendenti dal gioco.
Chi sono, dunque, i volti di questa dipendenza? L’identikit tracciato dai servizi sociosanitari e dai SerD sardi mostra una realtà ben precisa. A cadere nella rete della ludopatia severa sono in prevalenza gli uomini (circa il sessanta-settanta percento dei soggetti in carico), con una forte predilezione per le scommesse sportive e il gioco online. Le donne, pur registrando numeri inferiori nelle prese in carico ufficiali a causa del forte stigma sociale, si orientano più spesso verso giochi “di fuga” come le slot machine e i gratta e vinci, sviluppando una dipendenza solitaria che si cronicizza rapidamente.
Dal punto di vista anagrafico, se lo zoccolo duro dei soggetti in trattamento si concentra nella fascia adulta tra i quaranta e i sessantaquattro anni, il fronte del fenomeno si sta pericolosamente allargando ai due estremi. Da un lato gli anziani (la silver age), che frequentano tabaccherie e sale slot spinti dalla solitudine o dal tentativo di integrare pensioni troppo basse; dall’altro i giovanissimi e gli adolescenti, con percentuali crescenti di under 19 che si cimentano regolarmente con il gioco online tramite smartphone.
Ridurre tuttavia la ludopatia a una mera questione di portafoglio o di crisi economica sarebbe un errore fuorviante. Ad alimentare il baratro sono soprattutto profonde fragilità emotive e psicologiche. Per moltissime persone, lo smartphone o la macchinetta non sono strumenti di arricchimento, ma una scorciatoia chimico-comportamentale per anestetizzare l’ansia, la solitudine o la noia. La scarica di adrenalina offerta dall’azzardo diventa l’unico rifugio per spegnere un vuoto interiore, sfruttando distorsioni cognitive come l’illusione di controllo.
La nuova frontiera del gioco.
A peggiorare drasticamente la situazione è proprio la mutazione digitale del fenomeno. Il gioco non ha più bisogno di luoghi fisici: lo smartphone si è trasformato in un casinò portatile aperto ventiquattro ore su ventiquattro, le cui transizioni di denaro sfuggono spesso alle prime stime fisiche. Nei centri galluresi, dove la coesione sociale si scontra spesso con il timore del giudizio collettivo, la ludopatia resta la dipendenza invisibile per eccellenza. Si bruciano i risparmi di una vita prima che la situazione esploda. I dati non sono freddi numeri burocratici, ma il sintomo tangibile di un paradosso: la ricchezza di un territorio turistico d’élite che si scontra con le insidie della mente e con la solitudine di chi, tra una stagione e l’altra, cerca nella fortuna una via di fuga, finendo invece prigioniero di un cono d’ombra che istituzioni e comunità locale non possono più permettersi di ignorare.
Il ruolo dei SerD.
Uscire da questo tunnel, tuttavia, è possibile. In un territorio complesso e sfaccettato come la Gallura, per chi prende consapevolezza del problema e decide di spezzare la catena dell’azzardo, il primo passo fondamentale è rompere l’isolamento affidandosi a strutture specializzate. Il punto di riferimento clinico sul territorio è rappresentato dai Servizi Dipendenze (SerD) della Asl locale, dove equipe multidisciplinari di psicologi e medici offrono percorsi di supporto dedicati e riservati. Accanto al trattamento sanitario, risultano determinanti i gruppi di auto-aiuto, come i “Giocatori Anonimi”, e il supporto psicologico mirato a rielaborare le fragilità emotive e a bloccare i meccanismi compulsivi del gioco, restituendo dignità e futuro a chi pensava di aver perso tutto.
