“Vi racconto cosa abbiamo vissuto durante il coronavirus all’ospedale di Olbia”

Il racconto di un’infermiera all’ospedale di Olbia durante il coronavirus.

“Quando quella mattina ci dissero che c’era stato il primo caso l’adrenalina scattó a mille. Non sapevamo bene cosa fare, ma sapevamo che dovevamo fare“. Lisa ha gli occhi azzurri come il mare, ma non diremo il suo vero nome per evitare che possa incorrere in provvedimenti disciplinari. Non possono parlare i medici e gli infermieri dell’ospedale di Olbia, se non preventivamente autorizzati. Ma l’autorizzazione è difficile che arrivi e ben che meno per questioni così delicate come il coronavirus. E Lisa è una delle infermiere che lavora nel nosocomio cittadino e che c’era nei giorni dell’emergenza. Ha un po’ lo sguardo perso ricordando quei momenti. Come di chi vuole esorcizzare o di chi vuole dimenticare.

“Ci avevano spiegato come riconoscere l’infezione. Ci avevano dato delle informazioni, ma trovarci di fronte al Covid è stata tutta un’altra cosa – racconta Lisa -. Nei giorni precedenti, c’erano stati alcuni falsi allarme e credevamo che, anche quella mattina, potesse essere così. I tamponi, invece, avevano dato esito positivo. Fino a quel momento non sapevamo bene nemmeno cosa volesse dire“.

È da quel paziente 1 che l’allarme coronavirus entró in Gallura. L’ospedale di Olbia rimase sigillato per più di un giorno, per consentire la sanificazione e per usare tutte le precauzioni verso chi era venuto in contatto con il primo infetto. Una serie di sfortunate coincidenze aveva fatto sì che l’uomo venisse visitato al pronto soccorso e poi in Radiologia, prima che arrivasse la conferma dei tamponi.

“Da allora andare in ospedale non è stato più lo stesso. Si andava a lavorare con la tensione. Non per questo facevamo meno il nostro lavoro. Anzi, tutti avete saputo dei turni massacranti. Massacranti è stato anche poco. Ma eravamo in prima linea e dovevamo lavorare”, prosegue Lisa.

Qual era la paura più grande? “Contagiare i nostri cari, ovviamente. Soprattutto all’inizio quando i dispositivi di protezione scarseggiavano. Io ho una madre anziana. Per due mesi ho smesso volutamente di vederla. Non mi sarei mai perdonata il fatto che potesse prendersi qualcosa“.

Si è parlato di ritardi, di negligenze da parte degli ospedali. “Eravamo tutti troppo impegnati da non avere il tempo nemmeno di badare a simili cose. Certo, ci avrebbe fatto comodo un po’ più di assistenza, avere a disposizione maggiori protezioni, un protocollo più efficace. Nei primi giorni dell’emergenza coronavirus si aveva l’impressione di brancolare nel buio. Ma è andata così e, devo essere sincera, era difficile anche prevedere un simile cataclisma per chiunque“. Per tutti siete degli eroi. “Credo che non siamo degli eroi, ma persone che hanno cercato di fare al meglio il proprio lavoro. La tensione è stata tanta, ogni giorno si viveva in allerta, si controllavano i pazienti in cerca di sintomi. I tamponi positivi erano sempre una mazzata difficile da digerire perché scattavano altri controlli, cercavi di capire se potevi essere entrato in contatto con qualcuno di loro. Poi c’è stato il problema dei colleghi in quarantena. Momenti veramente difficili. La cosa che mi sorprende ora è che, a distanza di due mesi dall’ultimo contagio, tutti abbiano fretta di dimenticare che cosa è stato il coronavirus. Ve lo assicuro: non è stata un’esperienza facile né per chi ha lottato contro il virus, ma ancora di più per quelli che lo hanno contratto“.

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