Il gruppo di investimento con sede ad Abu Dhabi accusa l’autorità britannica delle comunicazioni di aver giudicato la sua offerta sulla base del Paese d’origine e non dei fatti.
International Media Investments (IMI) ha respinto le conclusioni di Ofcom sull’acquisizione del gruppo Telegraph, sostenendo che l’autorità di regolamentazione dei media britannica «è venuta meno al proprio compito».
Ofcom e la Competition and Markets Authority (CMA), l’autorità britannica per la concorrenza e i mercati, hanno pubblicato i risultati delle indagini sulla proposta di acquisizione del Telegraph Media Group da parte del consorzio RedBird IMI, a oltre due anni dalla decisione dei ministri britannici di bloccare l’operazione.
Il gruppo Telegraph, che comprende il Daily Telegraph, il Sunday Telegraph e il settimanale The Spectator, era stato travolto da una crisi debitoria di circa un miliardo di sterline (circa 1,24 miliardi di dollari) nei confronti di istituti come Bank of Scotland e Lloyds.
La banca creditrice aveva dichiarato di non avere avuto «altra scelta se non nominare amministratori giudiziari per B.UK Limited», la società che controlla il Telegraph Media Group, di proprietà della facoltosa famiglia Barclay, «a causa dei debiti dovuti e in assenza di qualsiasi segnale di possibile rimborso».
Secondo quanto riportato dai media britannici, l’istituto aveva definito il provvedimento «l’ultima opzione», dopo non essere riuscito a raggiungere un accordo con il gruppo sul rimborso del debito.
I fratelli Frederick e David Barclay avevano acquistato le testate del gruppo Telegraph nel 2004 per 665 milioni di sterline (840 milioni di dollari).
«Ignorato il nostro operato»
In una nota ufficiale, IMI ha affermato che a Ofcom «era stato affidato il compito di valutare un’impresa mediatica commerciale, ma non lo ha svolto».
Il gruppo ha definito «sorprendente» l’ammissione, contenuta nel rapporto, secondo cui «non è stato necessario basarsi sulle informazioni relative alla condotta passata nota delle società collegate a IMI».
Secondo la nota, un’autorità pubblica incaricata di valutare IMI avrebbe così riconosciuto di aver ignorato la storia e le pratiche effettive del gruppo nel trarre le proprie conclusioni.
«Invece di valutare l’offerta di RedBird IMI per il Telegraph sulla base dei fatti, Ofcom ha fondato la propria analisi su una serie di ipotesi arbitrarie e prevenute, confondendo gli interessi commerciali di una società privata con l’operato di uno Stato sovrano», si legge nel comunicato.
IMI sottolinea inoltre che non rientra tra le competenze di un regolatore dei media britannico valutare le leggi e i sistemi di governo di altri Paesi.
Il gruppo evidenzia che il rapporto non ha individuato prove di ingerenze di IMI nelle decisioni editoriali e che, al contrario, riconosce di non aver trovato alcun elemento che dimostri che IMI abbia mai cercato di influenzare le società del portafoglio di RedBird IMI.
Secondo IMI, il documento riconosce anche il solido rispetto del codice deontologico da parte del quotidiano The National, nei cui confronti l’organismo indipendente di autoregolamentazione della stampa britannica (IPSO) non ha mai emesso decisioni sfavorevoli.
Il rapporto ammetterebbe inoltre che tutte le accuse riguardanti la redazione di The National risalgono a un periodo precedente al passaggio di proprietà a IMI, e che l’acquisizione del Telegraph da parte di RedBird IMI poggia su motivazioni commerciali valide.
«Un legame non è controllo»
Nonostante questi riconoscimenti, afferma IMI, Ofcom ha concluso che nessuno di essi fosse rilevante ai fini della propria valutazione.
Il gruppo lamenta inoltre che l’autorità non abbia dato alcun peso agli impegni permanenti e giuridicamente vincolanti presentati da IMI, tra cui la garanzia di non interferire nelle scelte editoriali del Telegraph e l’istituzione di un consiglio di garanti indipendente con potere esclusivo sulla nomina e sulla revoca del direttore.
«Negli anni, le decisioni regolatorie sul settore dei media britannico si sono basate sui comportamenti effettivi, sugli impegni giuridicamente vincolanti e sugli incentivi commerciali», prosegue la nota. «L’offerta di RedBird IMI, invece, non è stata valutata sulla base dei fatti o della storia di IMI, ma del Paese d’origine del gruppo anziché delle sue pratiche.»
IMI ha invitato gli investitori a leggere il rapporto integralmente.
«Le accuse non sono fatti accertati, un legame non equivale a controllo e le congetture non sono prove», conclude il comunicato, ribadendo il «netto rifiuto» di qualsiasi insinuazione secondo cui il gruppo abbia mai interferito, o possa interferire in futuro, con l’indipendenza editoriale delle testate che controlla.
Limiti agli investimenti esteri
Il governo britannico ha annunciato l’intenzione di consentire agli investitori controllati da Stati esteri di detenere fino al 15% delle società editrici di giornali nel Regno Unito, nell’ambito di una riforma del settore dei media che potrebbe porre fine alla lunga incertezza sulla proprietà del Daily Telegraph.
Nel frattempo, il primo ministro Andy Burnham ha dichiarato di essere consapevole della necessità di rassicurare gli investitori di aver preso atto della «realtà» delle difficoltà dei conti pubblici, per garantire la stabilità dei mercati prima di avviare riforme economiche più ampie.
All’inizio di dicembre 2023 il governo britannico aveva impedito a RedBird di rilevare il gruppo Telegraph mentre l’offerta era all’esame delle autorità di regolamentazione per timori legati alla libertà di espressione.
L’allora ministra della Cultura e dei media, Lucy Frazer, aveva emesso un provvedimento che vietava qualsiasi trasferimento di proprietà del Telegraph Media Group senza la sua autorizzazione e bloccava ogni modifica alla struttura del gruppo o ai vertici della redazione.
Secondo alcuni osservatori citati dalla stampa, non esisterebbe una chiara motivazione politica per il rifiuto da parte del governo britannico; gli stessi sostengono che vi sia chi si adopera contro gli Emirati Arabi Uniti per ostacolarne gli investimenti nel Regno Unito.
