Eolico in Gallura: Il costo nascosto dell’energia “Pulita”

Torna alla ribalta il dibattito sull’eolico in Gallura.

Si parla di nuovo di eolico in Gallura e Sardegna e l’argomento è tornato prepotentemente alla ribalta in seguito ad una discussione sul web. La scintilla è stata l’affermazione di qualche sostenitore delle rinnovabili che, per dimostrare quanto l’eolico sia green, ha minimizzato l’impatto a terra delle turbine. Questo approccio, che bolla come “sciocchezze” le preoccupazioni sull’inquinamento, ha riacceso il dibattito: le pale non inquinano affatto, o l’impatto va ben oltre il singolo basamento di cemento?

Un sostenitore delle pale eoliche, in una recente replica diventata virale, ha difeso l’impatto a terra delle turbine. Egli ha definito l’area occupata dal basamento di una singola turbina come “assolutamente irrilevante”, paragonandola a “poche decine di metri quadri di cemento, molto meno di un campetto di calcio”. L’idea alla base di questa difesa è che il problema della cementificazione sia un “nulla”, in quanto lo spazio occupato è minimo, specialmente se confrontato con la quantità enorme di energia pulita prodotta per decenni.

Tuttavia, l’osservazione, pur tecnicamente corretta per la singola turbina, è una semplificazione che ignora la prospettiva d’insieme, che è proprio il punto focale della protesta in Sardegna. Il punto non è la singola pala, ma il fatto che i progetti previsti per la Sardegna e la Gallura non riguardano una, due o dieci turbine, ma l’installazione di centinaia di aerogeneratori industriali che formano veri e propri parchi eolici e offshore (in mare aperto).

L’impatto non è dato solo da quel piccolo basamento, ma dalla somma di tutti gli impatti: Molti basamenti: moltiplicando “il nulla” per centinaia, si ottiene un impatto sul suolo significativo; Strade nuove: servono chilometri di nuove strade larghe per trasportare e montare le gigantesche componenti (le pale sono lunghe anche oltre 80 metri). Queste strade alterano il suolo e il paesaggio in modo permanente; Cavi e sottostazioni: servono cavidotti (per portare l’elettricità) e sottostazioni elettriche di grandi dimensioni per connettere il parco alla rete nazionale.

L’impatto dell’eolico.

Quindi, la critica in Sardegna non è sul piccolo pezzo di cemento, ma sul complesso industriale che questo pezzo di cemento introduce nel territorio. La vera sfida all’asserita “ecologicità” dell’eolico, soprattutto su larga scala in un territorio come la Sardegna, si concentra su aspetti che la difesa del singolo impianto omette.

Impatto paesaggistico e turistico: la Gallura, cuore pulsante del turismo sardo, vede il suo patrimonio estetico e culturale messo a rischio. Le pale, alte fino a 300 metri, ridisegnano l’orizzonte, un fattore che le comunità locali ritengono possa compromettere l’attrattività turistica, principale motore economico.

Il ciclo di vita e lo smaltimento difficile: sebbene l’eolico abbia emissioni di molto inferiori ai fossili lungo il suo ciclo di vita, il calcolo non risolve il problema logistico ed ecologico a fine vita. Lo smaltimento delle pale – realizzate con materiali compositi (fibra di vetro/carbonio e resine) difficilmente riciclabili – rimane un enorme onere ambientale al termine dei 20-25 anni di operatività.

Aggregazione degli impianti e infrastrutture: la creazione di interi parchi eolici non richiede solo i singoli basamenti, ma chilometri di strade di servizio, tralicci e cavidotti, il cui impatto complessivo sul suolo e sull’ecosistema non è affatto trascurabile.

Un dato cruciale nel contesto sardo è l’eccesso di produzione energetica attuale. L’isola produce già un surplus rispetto al proprio fabbisogno interno. Molti critici sostengono che le nuove mega-installazioni, soprattutto quelle offshore (in mare aperto) che sollevano ulteriori preoccupazioni per i fondali e la fauna marina, siano spinte da meri interessi speculativi per esportare l’energia, lasciando ai Sardi solo l’onere dell’impatto ambientale, senza un’adeguata ricaduta benefica per il territorio.

La battaglia in atto in Gallura, dove i sindaci si oppongono ai progetti e i comitati denunciano la massiccia diffusione di impianti, pone in luce che la transizione energetica, pur necessaria, non può avvenire a costo zero per l’ambiente locale e il paesaggio

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