Ztl di Olbia, una questione anche culturale

Con la cultura non si mangia. Lo disse Tremonti, ministro di Berlusconi eletto con Segni e voltagabbana della prima ora. E dal ’94 in poi è stato un profluvio di esaltazione dell’ignoranza. A essa si è aggiunto il disprezzo per le istituzioni, la giustizia fai-da-te, il clima d’impunità. In venticinque anni il pensiero debole è diventato pandemia. Si legge sempre meno, si rispettano (ancora per quanto?) solo quelli in divisa, si pensa di poter sparare (preventivamente) a chiunque violi i nostri spazi, s’ignorano le leggi.

Tra queste anche le più facili da rispettare: le norme del codice della strada, quelle cose che ci hanno insegnato a conoscere e rispettare appena compiuti i diciott’anni. Ma non sarà che  ha fatto effetto su di noi  il virus dell’ignoranza e quegli altri a esso strettamente legati? Non sarà che le generazioni più fresche sono state educate al disvalore del presente come fosse storia, all’esaltazione del proprio cortile come fosse foresta, alla tutela della proprietà come fosse blindata, al filo spinato sui confini come se non fossimo Europa?  E, peggio, che questi virgulti della società abbiano contagiato i loro genitori e tutti noi più datati?

Queste considerazioni mi portano a pensare che in un’altra realtà gli automobilisti avrebbero rispettato il divieto, che gli amministratori sarebbero stati più chiari nel mostrarlo, che avremmo tutti plaudito a una ZTL in un’area provvista di arredo urbano e corredata di attrazioni di grande richiamo. In un’altra realtà. Non dopo venticinque anni di distruzione dei valori della cultura e del rispetto.

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