Tra accuse di armi chimiche e guerra, i sudanesi affrontano una grave crisi idrica

Nel 2026, il Sudan sta affrontando una crisi idrica grave e senza precedenti che minaccia la sicurezza alimentare e la vita quotidiana di milioni di persone. L’emergenza è esacerbata da fattori climatici, politici e militari, mentre il conflitto nel Paese continua a infuriare ininterrottamente dalla metà di aprile 2023.

Secondo le ultime stime, i prezzi dell’acqua potabile e per uso domestico sono aumentati di oltre il 150%. Molte persone sono state costrette a ricorrere ad acqua non trattata, con conseguenti e gravi ripercussioni sulla salute pubblica.

Nelle aree di sfollamento a Tawila, nello stato del Nord Darfur, migliaia di persone stanno affrontando una grave carenza d’acqua. La situazione è aggravata dal continuo afflusso di nuovi sfollati provenienti da Dar Sumiyat, a est di El Fasher, e da altre regioni, secondo quanto riportato dal quotidiano Darfur 24.

Lunedì 5 ottobre 2026, il giornale ha documentato la presenza di centinaia di famiglie in fila presso i punti di distribuzione dell’acqua a Tawila, in particolare nei centri di accoglienza per i nuovi arrivati e nei campi profughi dei villaggi di Shakshaku, Salbalaba e nel nuovo campo di Dabba Nayra, a sud di Tawila.

Maryam Yahya, una donna sfollata nel villaggio di Shakshaku, ha raccontato che sua figlia è rimasta in fila per il quarto giorno consecutivo senza riuscire a riempire nemmeno una tanica, costringendola a chiedere aiuto ai vicini per l’acqua necessaria per cucinare. Ha inoltre sottolineato che i suoi figli non fanno il bagno da oltre sette giorni, aggravando le condizioni igienico-sanitarie della famiglia in un contesto segnato dalla diffusione di epidemie e dall’assenza di assistenza medica.

Diversi responsabili della gestione idrica hanno avvertito del rischio di una crisi idrica cronica a Tawila per il prossimo futuro, a causa della scarsità di piogge e del mancato deflusso nella maggior parte delle valli quest’anno, fattori che hanno ridotto drasticamente i livelli delle falde acquifere. Hanno esortato le autorità a chiedere ai proprietari dei pozzi di ridurre le aree agricole per dare priorità all’acqua potabile, specialmente in un momento di forte sovrappopolazione.

La crisi dell’inquinamento

Nel frattempo, migliaia di sudanesi sono stati costretti a bere l’acqua del Nilo e di pozzi superficiali, portando a un’epidemia di malattie infettive, tra cui colera, tifo, epatite A e giardiasi.

I rapporti indicano che l’acqua contaminata ha favorito anche la diffusione di febbre dengue, malaria, morbillo e difterite, con tassi di morbilità e mortalità che variano significativamente tra gli stati colpiti.

Sono stati registrati numerosi decessi per avvelenamento da acqua contaminata e decine di casi di diarrea acquosa acuta, concentrati prevalentemente nello Stato di Khartum, in particolare nelle località di Karari e Jebel Aulia.

Tutto questo avviene in un contesto in cui si sospetta la presenza di inquinamento chimico in circa 30 quartieri residenziali e amministrativi. L’area interessata si estende dal Palazzo Repubblicano e dall’Università di Khartum a nord, fino ai confini meridionali dei quartieri orientali di Khartum (tra cui Al-Amarat, Al-Taif, Al-Riyadh, Al-Mamoura e Arkawit), includendo anche diversi quartieri della città di Omdurman, a nord-ovest della capitale.

Gli Stati Uniti hanno accusato l’esercito sudanese di aver utilizzato armi chimiche durante l’attuale conflitto, imponendo sanzioni al Sudan nel maggio 2025.

Il Sudan è uno Stato parte della Convenzione sulle Armi Chimiche dal 1999, che impone la distruzione di tutte le scorte e degli impianti di produzione. Un’indagine nazionale condotta dalle autorità di Port Sudan ha concluso che non ci sono prove dell’uso di armi chimiche, ma gli Stati Uniti si sono rifiutati di accettare il meccanismo nazionale come sostituto di un’indagine internazionale indipendente.

L’uso di sostanze chimiche divide la fazione di Port Sudan

Nel frattempo, una fonte ben informata ha rivelato al quotidiano Sahih Sudan che i documenti relativi all’uso di armi chimiche da parte dell’esercito e i materiali multimediali sulla fabbricazione di bombe al cloro – successivamente pubblicati sui media internazionali – sarebbero stati fatti trapelare dal Direttore dell’Intelligence e della Sicurezza, il Tenente Generale Ahmed Mufaddal.



Secondo la fonte, questi file, che includono messaggi vocali del comandante dell’esercito, il Tenente Generale Abdel Fattah al-Burhan, e comunicazioni con il Generale di Brigata Tariq Hussein Mohamed Madani (accusato di aver fabbricato gli ordigni), sono stati consegnati ad agenzie di intelligence regionali e internazionali.

La mossa suggerisce che Mufaddal stia assumendo un ruolo simile a quello del suo predecessore, Salah Gosh, durante l’era del deposto Omar al-Bashir, cercando di “sommergere” il comandante dell’esercito con dossier relativi a violazioni dei diritti umani e crimini di guerra.

I materiali trapelati includerebbero scambi di messaggi tra al-Burhan e un ufficiale dell’esercito risalenti al dicembre 2024, tre mesi dopo gli attacchi con gas cloro che, secondo gli Stati Uniti, il Sudan ha condotto contro le posizioni delle Forze di Supporto Rapido (RSF) presso la raffineria di petrolio di Al-Jaili e la base militare di Garri, a nord di Khartum.

I documenti rivelano che centinaia di bombe al cloro sarebbero state assemblate e immagazzinate nella base aerea di Merowe, una struttura chiave dell’aeronautica militare sudanese, e che 106 di questi ordigni sarebbero stati impiegati sul campo.

Le ripercussioni interne

Tra le informazioni trapelate figurerebbe anche un messaggio inviato a un ufficiale coinvolto negli attacchi aerei, accompagnato da un video che mostra una vittima carbonizzata. Il messaggio recitava: “Questa è opera tua”, o letteralmente: “Questo è ciò che hai cucinato”.

Secondo l’analisi di Sahih Sudan, la strategia di Mufaddal mirerebbe a isolare internazionalmente al-Burhan, provando l’uso di gas cloro per destituire lui e il gruppo militare che attualmente controlla il governo de facto a Port Sudan.

Il rapporto evidenzia che il capo dell’intelligence starebbe coordinando questa operazione con leader islamisti che mantengono forti legami regionali, aprendo al contempo canali di dialogo con potenze internazionali per sostituire l’attuale leadership militare con ufficiali non compromessi dallo scandalo delle armi chimiche.

A conferma delle crescenti tensioni interne, subito dopo l’emersione dello scandalo, un giornalista vicino agli ambienti dell’intelligence militare a Port Sudan ha scritto che una figura di alto rango all’interno del regime avrebbe fatto trapelare deliberatamente i documenti a Paesi stranieri, pur senza farne esplicitamente il nome.

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