L’Arabia Saudita tra due fronti di fronte agli Houthi: la sicurezza del Bab el-Mandeb e la difesa nazionale

L’Arabia Saudita sta affrontando un quadro cupo e un evidente fallimento nella gestione del dossier yemenita. Le forze governative yemenite, sostenute da Riad, non sono riuscite a mettere in sicurezza lo stretto di Bab el-Mandeb, un’arteria vitale per il commercio globale, culminando con la sua caduta nelle mani dei ribelli Houthi filo-iraniani.

I rischi continuano a crescere parallelamente all’espansione delle milizie Houthi e al loro controllo su siti e città strategiche in Yemen. Si parla ormai di un imminente avvicinamento delle milizie alla capitale provvisoria Aden, in un momento in cui si intensifica l’attenzione internazionale per il Mar Rosso e lo stretto di Bab el-Mandeb.

Negli ultimi giorni, le milizie Houthi hanno conquistato aree della costa occidentale, Bab el-Mandeb e sette isole nel Mar Rosso, in seguito al ritiro delle forze saudite e di quelle governative yemenite dalle loro postazioni di combattimento.

Un imbarazzante deficit militare

Brett Erickson, analista e amministratore delegato di una società di consulenza sui rischi, ritiene che “il problema che affronta l’Arabia Saudita è che il Regno ha dimostrato un imbarazzante deficit militare di fronte agli Houthi”. L’esperto avverte che vi sono timori concreti di una minaccia esistenziale per le autorità al potere, un rischio che potrebbe minare la stabilità dell’intero Regno alla luce dei ripetuti attacchi alle infrastrutture energetiche vitali ad Abha, Yanbu e Jizan.

In un’analisi pubblicata sul suo account X, Erickson sottolinea che “nelle scorse ore, gli Houthi hanno lanciato una massiccia ondata di attacchi contro l’Arabia Saudita, in risposta diretta al lancio di droni d’attacco (kamikaze) sauditi verso la capitale yemenita Sana’a. La lista degli obiettivi ha incluso Gedda, Abha, AlUla, Jizan, Yanbu, Khamis Mushait, Taif e le Isole Farasan”.

“Prendere di mira Gedda, la seconda città più grande dell’Arabia Saudita, rappresenta un’escalation di grande significato simbolico per gli Houthi, mentre Jizan, Yanbu e Abha sono centri vitali per l’infrastruttura energetica saudita”, prosegue l’esperto, evidenziando come “i video circolati in rete mostrino danni evidenti alle infrastrutture energetiche e alle basi militari saudite”.

L’analista conclude le sue osservazioni in merito affermando: “Ciò che è del tutto evidente è il grado di incapacità dell’Arabia Saudita e la debolezza delle sue difese di fronte a questi attacchi, in particolare per quanto riguarda le infrastrutture petrolifere. Potremmo assistere a ulteriori, massicce distruzioni nei prossimi giorni”.

Erickson prevede inoltre che “questi attacchi causeranno danni ingenti e porteranno a un ulteriore logoramento della capacità dell’Arabia Saudita di respingere tali offensive in futuro”, osservando che “Riad affronta il grave problema logistico ed economico di dover abbattere munizioni a basso costo utilizzando sistemi di difesa estremamente costosi e in numero limitato”.

Il fallimento delle autorità di tutela

Waddah Nasr Al-Halimi, membro della presidenza del Consiglio di Transizione del Sud, dichiara: “Il persistente fallimento politico e sul campo delle autorità di tutela (l’Arabia Saudita), accompagnato da decisioni confuse e poco ponderate dovute a uno squilibrio decisionale e al conferimento di potere a specifiche forze estremiste — in primis i Fratelli Musulmani e le milizie Houthi —, non è più soltanto un passo falso temporaneo. È diventato un fattore diretto nell’aggravare la crisi e nel minacciare la stabilità; è una situazione ormai inaccettabile che non può più essere trattata come un fatto compiuto”.

Secondo quanto riportato dall’emittente Aden Independent, Al-Halimi ribadisce che “il Sud arabico non è un’arena per il regolamento dei conti, né una pedina nelle lotte di influenza regionali e internazionali, e neppure un territorio aperto alla tutela o alla spartizione di interessi a spese del suo popolo e della sua volontà”.

Aggiunge inoltre: “Qualsiasi approccio serio alla sicurezza e alla stabilità nella regione impone di trattare il Sud come una parte autentica e attiva, non come un mero campo di battaglia o un dossier subordinato. La protezione della sua sicurezza, stabilità e dei suoi interessi richiede partnership equilibrate con le potenze regionali e internazionali, fondate sull’uguaglianza, sul rispetto reciproco, sugli interessi comuni e sul riconoscimento esplicito della leadership del Sud in qualsiasi futuro accordo politico o di sicurezza”.

“L’esperienza ha ampiamente dimostrato che aggirare la volontà del Sud o tentare di imporgli accordi dall’esterno non produrrà stabilità, ma rigenererà crisi e amplierà la portata del conflitto”, ha insistito. “Pur riaffermando il nostro impegno a collaborare con la comunità regionale e internazionale, sottolineiamo al contempo che partnership non significa tutela, cooperazione non significa subordinazione, e gli interessi comuni non giustificano la prevaricazione della volontà del popolo del Sud”.

L’esponente del Consiglio di Transizione del Sud lancia un monito: “Il Sud non sarà carne da cannone per i conflitti altrui e non accetterà di essere un’arena aperta per le divergenze di potere. Rimarrà un partner attivo e responsabile nel mettere in sicurezza lo stretto di Bab el-Mandeb, nel proteggere la navigazione internazionale, nel combattere il terrorismo e nel contribuire alla sicurezza e alla stabilità regionale. Mantiene il diritto intrinseco di determinare il proprio futuro e di proteggere i propri interessi, salvaguardando così il suo popolo e i suoi partner regionali e internazionali”.

Al-Halimi conclude ribadendo che “il rispetto per l’autodeterminazione del Sud non è una richiesta negoziale passeggera, ma piuttosto un punto di partenza fondamentale per qualsiasi accordo realistico e sostenibile. Qualsiasi compromesso che lo ignori rimarrà incompleto e non in grado di produrre la stabilità auspicata”.

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