Cinzia Pinna, no alla giustizia riparativa per Ragnedda. La famiglia si era opposta in lacrime

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L’omicidio di Cinzia Pinna.

Emanuele Ragnedda, accusato per l’omicidio di Cinzia Pinna, ha chiesto l’accesso alla giustizia riparativa, ma il giudice ha detto no. La giudice Federica Distefano ha respinto l’istanza dei difensori alla luce della totale e dolorosa opposizione di genitori e sorella della vittima, un elemento che fa venire meno quel presupposto di consenso e tutela delle persone offese che è alla base stessa del percorso riparativo. Insieme a questa richiesta, la gup ha rigettato anche tutte le altre eccezioni procedurali sollevate dalla difesa, blindando l’udienza e facendo slittare a venerdì 17 luglio la decisione cruciale sul rinvio a giudizio per l’imprenditore di Arzachena.

L’udienza rinviata.

Venerdì prossimo si terrà la decisione sulla richiesta di rinvio a giudizio per Emanuele Ragnedda, l’imprenditore di Arzachena accusato di aver ucciso con tre colpi di pistola al viso la 33enne Cinzia Pinna, originaria di Castelsardo. Durante l’udienza preliminare la giudice ha respinto l’istanza di accesso alla giustizia riparativa dopo che i genitori e la sorella della vittima, sentiti in aula, hanno espresso in lacrime la loro netta opposizione a tale richiesta, costituendosi poi parte civile insieme a sei zii attraverso i legali Antonella e Nino Cuccureddu.

Al termine della seduta, i difensori di parte civile hanno diffuso una nota per ringraziare i pubblici ministeri e le forze dell’ordine per la tempestività, l’accuratezza e la profonda sensibilità dimostrate durante le indagini, estendendo il ringraziamento anche alla stampa per aver rispettato il dolore privato della famiglia.

Le accuse per l’omicidio di Cinzia Pinna.

Nel procedimento si è costituito parte civile, assistito dagli avvocati Nicoletta e Maurizio Mani, anche Luca Franciosi, l’uomo falsamente indicato da Ragnedda come suo complice nell’occultamento del cadavere e degli effetti personali della giovane. Le pesanti accuse contestate a Emanuele Ragnedda includono l’omicidio volontario, aggravato da crudeltà, sevizie e motivi abbietti, oltre all’occultamento di cadavere, alla calunnia e alla cessione di sostanze stupefacenti.

Femminicidi, un’emergenza in Italia e in Sardegna.

La violenza contro le donne continua ad essere un problema in Sardegna e in Italia. A Cagliari, ieri 12 luglio, un uomo ha tentato di uccidere a colpi di fucile una donna perché aveva rifiutato le sue avances. Poi l’uomo ha rivolto l’arma contro sé stesso e si è tolto la vita. Fortunatamente la donna non ha riportato conseguenze. Nel 2026, ad oggi 13 luglio, sono 36 le donne che sono state uccise nel nostro Paese con un lieve calo rispetto allo stesso periodo del 2025.

Tuttavia la maggioranza dei delitti continua ad essere concentrata nelle relazioni intime e quest’anno sono 15 i femminicidi per mano di un partner o ex (su 22) che non aveva accettato la fine della relazione o che aveva compiuto un delitto all’interno di un contesto di violenza domestica o prevaricazione. Salgono a 19 i casi compiuti per un movente “di genere“, causati prevalentemente da un rifiuto della vittima. Le armi da fuoco, spesso regolarmente detenute, restano il secondo mezzo più utilizzato per eliminare le donne dopo l’uso di coltelli. Drammaticamente alto (64 casi) è il numero dei tentati femminicidi, con un aumento rispetto al 2025.

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