“Mi dispiace non averti tenuto la mano”, la lettera dopo l’omicidio a Olbia

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Una lettera per strada a Olbia dove c’è stato l’omicidio di Pietro Paolo Filippo Sciusco


Un mazzo di crisantemi bianchi, una rosa rossa, tre lumini accesi e poche righe scritte a mano: un po’ di cuore dopo l’omicidio a Olbia. Sul marciapiede di corso Umberto, dove ha trovato la morte Pietro Paolo Filippo Sciusco, qualcuno ha lasciato un messaggio che sembra custodire una storia ancora sconosciuta.
Ci sono tre lumini accesi, un mazzo di crisantemi bianchi con una rosa rossa al centro e un foglio bianco, con un’immagine religiosa stampata, appoggiato sul marciapiede. Poche parole, scritte a mano con la semplicità di chi non ha bisogno di spiegare un dolore. In fondo, una firma: Carlo. “Mi dispiace non essere stato con te a tenerti la mano mentre emettevi il tuo ultimo respiro, il Signore ti accolga e ti custodisca per l’eternità“. È questo il messaggio lasciato il 28 ottobre nel punto di corso Umberto presso cui, il pomeriggio precedente, Pietro Paolo Filippo Sciusco, 42 anni, è stato accoltellato a morte. Una lettera che non racconta il legame o da quanto tempo si conoscessero. Dice soltanto ciò che conta per chi l’ha scritta: avrebbe voluto esserci per tenere quella mano.

E allora viene da chiedersi chi sia Carlo. Un amico, un compagno di strada, una persona incontrata a Olbia? Qualcuno che conosceva la sua storia, o semplicemente una delle persone che avevano imparato a volergli bene? Non lo sappiamo. La sua firma, lasciata accanto ai fiori, è per ora l’unica traccia di un sentimento ignoto.

Il marciapiede, i passanti, il dolore

Il contrasto colpisce. Da una parte c’è il ricordo di quei momenti concitati, le urla, l’aggressione, Pietro a terra e i soccorsi che cercano di strapparlo alla morte. Dall’altra, il silenzio di un piccolo altare improvvisato, composto da qualcuno che ha sentito il bisogno di recarsi dove la vita di un uomo si è interrotta. In quelle stesse strade, poche ore prima, la città continuava la sua giornata. Le attività erano aperte, le persone passavano, il centro era attraversato dalla consueta vita del pomeriggio. Alcuni commercianti hanno raccontato di aver sentito le urla e di essere rimasti nei negozi per paura. Non sappiamo che cosa abbiano visto, che cosa abbiano capito in quei momenti, né che cosa sia passato nella mente di chi si trovava nei dintorni.

L’arresto in via Genova

Per l’omicidio è stato arrestato Mohamed Elchodary, ventenne di origine egiziana, trasferito nel carcere di Bancali. Il giovane ha negato di aver colpito Pietro. Le indagini dovranno chiarire la dinamica della lite e le responsabilità del delitto.
Cordoglio per Pietro
Sui social, intanto, si moltiplicano i messaggi di cordoglio. Accanto alle richieste di giustizia e alle parole di rabbia, c’è chi ricorda Pietro come un ragazzo educato, gentile, capace di fermarsi a parlare con gli altri. Qualcuno racconta di averlo conosciuto personalmente, qualcun altro di averlo incontrato davanti a un supermercato, dove cercava qualche moneta o un aiuto per mangiare. Sono ricordi personali, frammenti di una vita che restituiscono un volto all’uomo di cui le cronache hanno raccontato la morte.

Pietro era originario di Canosa di Puglia, era cresciuto tra Canosa e Barletta e aveva trascorso periodi all’estero, anche in Francia. Chi lo conosceva racconta che viaggiava con un camper, che durante l’inverno lavorava negli impianti sciistici e che, quando poteva, cercava di aiutare altre persone in difficoltà. Una vita inquieta, non sempre facile, segnata da fragilità e spostamenti. Da qualche tempo si trovava in Sardegna. Dietro la definizione di uomo senza fissa dimora c’era una storia che non si esaurisce nel luogo in cui dormiva né nel modo in cui è morto.

“Poteva essere mio figlio”

Nei commenti pubblicati dopo la tragedia si legge più volte la stessa frase: poteva succedere a chiunque, poteva essere un figlio, un fratello, una persona cara. C’è chi offre di contribuire alle spese per riportare la salma al suo paese, chi chiede che qualcuno porti un fiore in sua vece, chi si dice addolorato pur non avendolo mai conosciuto. Non mancano le polemiche sulla sicurezza, le accuse alle istituzioni e i commenti che trasformano l’omicidio in uno scontro politico o in un pretesto per alimentare l’odio. Ma, in mezzo a tanto rumore, il gesto di Carlo sembra parlare un’altra lingua. Non chiede nulla, non accusa nessuno. Esprime soltanto il rimpianto di non esserci stato quando sarebbe servito più di ogni altra cosa.

Forse è proprio questo a rendere quelle poche parole così difficili da dimenticare. Non sappiamo se Carlo avrebbe potuto fare qualcosa, né se la sua presenza avrebbe cambiato il corso degli eventi. Sappiamo che avrebbe voluto tenere la mano di Pietro. E che ha scelto di lasciare scritto quel desiderio nel luogo in cui Pietro ha trascorso gli ultimi istanti della sua vita. Resta la speranza che le spoglie di Pietro possano tornare nella sua terra, a Canosa di Puglia o a Barletta, e che chi gli voleva bene possa salutarlo. Resta quel mazzo di fiori sul marciapiede, in una città che ora si interroga sulla violenza e sulla sicurezza, ma che davanti a quei lumini può fermarsi anche a pensare alla solitudine, alla fragilità e ai legami che spesso non vediamo.
E resta una firma: Carlo.
Dietro quelle cinque lettere potrebbe esserci una storia intera. Per ora, è una storia che non conosciamo. Ma qualcuno ha voluto dire a Pietro avrebbe voluto esserci.

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