Filippo Pace presenta il suo nuovo libro, “Sergio Leone: mito e poesia”
Ci sono opere che nascono da un’urgenza personale. E poi ci sono opere che nascono da un lutto. Il nuovo libro di Filippo Pace, critico letterario, docente e narratore, è entrambe le cose: “Sergio Leone: mito e poesia” è il titolo di un saggio che mescola analisi cinematografica, memoria famigliare e visione poetica del mondo. Un piccolo volume – anzi, come lo definisce lo stesso autore, «un libercolo» – ma denso di significati, dedicato alla figura del grande regista romano e, soprattutto, al padre dello scrittore, Nunzio Pace.
“È come se lo avessimo scritto insieme”, racconta Pace. Un sentimento che si avverte fin dalla genesi del libro, iniziato tra gennaio e febbraio del 2025, a pochi giorni dalla scomparsa del padre, avvenuta il 31 dicembre. Un’elaborazione del lutto, certo, ma anche un omaggio profondo a un legame padre-figlio costruito, negli anni, proprio attraverso il cinema. E attraverso Sergio Leone.
Filippo Pace – classe 1977, nato a Sassari, cresciuto ad Arzachena, oggi docente al Liceo Mossa di Olbia – ha una lunga militanza letteraria alle spalle. Dottore di ricerca in Italianistica e allievo di Aldo Maria Morace, è autore di romanzi, novelle, saggi e curatore di eventi culturali. Ma questo libro ha un sapore diverso. È personale, diretto, a tratti struggente.
Nel testo, Pace si muove con garbo tra il piano critico e quello affettivo, analizzando l’opera di Leone senza ricadere nella semplice agiografia. «Se non aggiungi qualcosa di nuovo rispetto allo stato dell’arte, un saggio critico non ha senso di esistere», afferma con convinzione. E infatti “Sergio Leone: mito e poesia” si distingue per l’approccio tematico e sincretico: si indagano aspetti finora poco esplorati, come il ruolo della bocca e dell’atto del mangiare nei film, il corpo come sacrario della violenza, la ritualità del gesto e la funzione narrativa della crudeltà.
Ma c’è anche una vena psicanalitica: indimenticabile, ad esempio, la lettura dell’Indio di Per qualche dollaro in più come figura complessa e tormentata. A tutto questo si aggiunge un legame intenso con la letteratura, in particolare con quella siciliana: Verga, Pirandello, Tomasi di Lampedusa entrano nella riflessione per illuminare gli aspetti mitopoietici e favolistici del cinema leoniano.
Lo stile è volutamente non accademico: una prosa limpida, che si muove tra la divulgazione e la riflessione personale. Un libro pensato per chi ama il cinema, ma anche per chi cerca nel racconto critico la profondità di un’emozione autentica. Perché è questo, in fondo, che tiene insieme le pagine: il bisogno di continuare un dialogo con il padre attraverso le immagini che li avevano uniti sin dall’infanzia.
La visione come Sergio Leone
“La mia visione del mondo è simile a quella di Leone: trasfigurare nella favola e nel sogno la realtà, per comprenderla meglio”, spiega l’autore. Un’operazione che in questo libro si compie senza retorica, ma con forza emotiva e lucidità di sguardo.
Fondamentale, per Filippo Pace, è stata la prefazione firmata da Aldo Maria Morace, suo Maestro e secondo padre, studioso di fama internazionale e voce autorevole nel panorama della critica letteraria. “Solo così il libro poteva avere senso per me”, scrive Pace.
Il volume sarà presentato in autunno a Olbia, dove aprirà la Rassegna Letteraria cittadina, e successivamente ad Arzachena, luogo dell’impegno culturale e politico del padre, promotore del teatro e della cultura sin dagli anni Ottanta. “Se quell’Auditorium esiste – ricorda Pace – lo si deve al suo impegno, quando portò il teatro nel cuore della Costa Smeralda”.
Un libro, dunque, che è al tempo stesso un atto d’amore e un’opera di critica. Una riflessione sul cinema che diventa anche riflessione sul tempo, sulla perdita, sul valore della memoria. Un western scritto con la penna anziché con la cinepresa, ma con la stessa ambizione di ogni storia epica: conservare ciò che conta davvero.
E poi? “Fra i mille progetti che invadono la mia testa — confessa l’autore — c’è anche quello di girare un western. Ho scritto pure un paio di soggetti. Chissà…”. Una dichiarazione che suona come una promessa, o come un altro sogno condiviso, da non lasciar scappare.
