Budoni, le Br e Nassiriya: il luogotenente Lombardi racconta i suoi 39 anni nei carabinieri

Luogotenente Gianluca Lombardi dopo l’esperienza a Budoni è in congedo

Cinquantasei anni, due lauree, tre master, una moglie avvocata, due figli, 39 anni nell’Arma dei carabinieri tra Brigate Rosse, terrorismo internazionale ed omicidi, da maggio il luogotenente Gianluca Lombardi, dal 2011 comandante della Stazione di Budoni, è in congedo. Lo abbiamo intercettato casualmente a Milano ed ha aperto per “Gallura Oggi” il suo cassetto dei ricordi.

Investigatore privato, perito, consulente tecnico, consulente privacy. La chiami pensione?
“No, è una parola che non pronuncio mai. Anche se ormai sono anche nonno, ho ancora delle cose da fare. Dopo 39 anni nell’Arma sono semplicemente in congedo. Ma se è per questo il mio studio si occupa anche di digital forensic, bonifiche informatiche e locali, formazione e diverse altre cose. In tutta Italia, come vedi”.

Ah beh, scusa allora se non le ho elencate tutte. Partiamo dall’inizio?
“Ho fatto il Carabiniere per caso, da piccolo volevo fare il veterinario. Facevo equitazione, il centro sportivo dell’Arma era una delle poche possibilità di continuare a fare agonismo al livello in cui ero arrivato con i pochi mezzi che avevamo. Mio papà aveva comprato un camper ed un van, giravamo l’Italia con quello. A casa mi allenavo nel prato in campagna ed i miei salti li facevo con un lungo bastone appoggiato su un palo da una parte e mio nonno che lo teneva dall’altra parte. Gli altri avevano a disposizione centri equestri di primordine. E così cedetti alle lusinghe dell’Esercito prima e dell’Arma poi. Ma non era evidentemente quella la mia strada, e dopo qualche anno ho mollato. Avevo lasciato la scuola, avevo un lavoro sicuro e rimasi nell’Arma. Ed eccomi qua”.

Tra l’immagine di tuo nonno che tiene su il palo per farti saltare con il tuo cavallo ed “eccomi qua” ci sono quasi quarant’anni.
“Quando mollai il centro sportivo mi mandarono in Umbria. Dopo un primo periodo esplorativo mi resi conto che avevo lasciato delle cose per strada e tornai indietro a recuperarle. Il diploma che non avevo preso, il concorso per diventare Maresciallo. La vera carriera da sbirro è cominciata allora. Vicino casa, la prima sede. La Procura competente era Cassino, una terra di frontiera tra il Lazio e la Campania. Ci fu l’omicidio di un bimbo, ucciso a martellate in un boschetto. Mi chiamarono in Procura nella squadra di investigatori che crearono per questo caso. Fu un anno intenso, doloroso, ma straordinario sotto l’aspetto professionale. Ricordo come fosse ieri quando uno dei sospettati guardò in faccia me ed il mio collega e ci disse “ce l’ho portato io Mauro in quel boschetto, con il mio motorino”. Ho ancora i brividi”.

Nasce qui quindi la passione per le investigazioni?
“Credo proprio di sì, anche se la mia adolescenza ha coinciso con gli anni di piombo e credo abbia avuto il suo peso. Cercavano Ispettori per il Reparto Operativo di Roma, un mito per chi all’epoca era un giovane Maresciallo ed era stato un adolescente impegnato. Chiesi di andare, ma solo se mi avessero assegnato alla sezione omicidi. Mi accontentarono. Anche di quel periodo conservo un ricordo stupendo. Avevano assassinato Massimo D’Antona, peraltro davanti alla mia facoltà, studiavo sociologia all’epoca. L’indagine era del Ros ma noi di via In Selci trovammo una pista che portava a Massimo Galesi, latitante, che nessuno sospettava essere un brigatista. Ci lavorai con un gruppo di ragazzi straordinari. Io seguivo anche la piazza, le manifestazioni antagoniste, i cortei. Dopo l’omicidio Ruffilli nell’88, si fece l’errore di credere che le Brigate Rosse avevano concluso il loro ciclo, e si mollò la piazza, nessuno aveva più informazioni. C’era bisogno di conoscere volti, nomi, luoghi, di monitorare. Di avere una cesta dove andare a guardare meglio. Mi vollero al Ros, all’aliquota antiversione, e da quell’osservatorio privilegiato vissi l’epilogo della storia di Galesi. Avevamo ragione, si era dato alla macchia perché brigatista, ed aveva ucciso D’Antona prima e Marco Biagi dopo. Morì in un conflitto a fuoco con Emanuele Petri, sul treno Roma Firenze. E fu arrestata Nadia Desdemona Lioce, che era insieme a lui”.

Lo conoscevi?

“Non personalmente, ma era di Castiglione del Lago, dove abitava anche un mio collega che lavorava con me negli anni umbri. Era stato colpito da una grave malattia che lo aveva costretto sulla sedia a rotelle e il giorno in cui è morto, Emanuele aveva cambiato turno per poter accompagnare il giorno dopo il mio collega, suo amico, a fare fisioterapia. Vabbè. Andiamo avanti?”.

Certo.
“Saltiamo agli anni sardi?”

Un buco nero?
“Non esattamente. Gli ultimi anni al Ros sono stati pesanti: da Nassiriya in poi ci siano occupati di tutti gli attentati in Medio Oriente, del sequestro Sgrena, dell’omicidio di Fabrizio Quattrocchi, delle bombe anarco-insurrezionaliste in tutta Europa ma anche alla Stazione carabinieri di Roma viale Livia, di fronte l’ingresso del Ros. Saltò la mano del mio collega che aprì il pacco bomba. Questo ed alcuni fatti personali mi hanno indotto riflessioni profonde. Avevo l’impressione di non sapere più chi fossi, là ci chiamavamo con il nostro nome di battaglia, il mio lavoro spesso era, diciamo così, molto dissimulato. Avevo bisogno di tornare ad essere solo ed esclusivamente me stesso. Sono tornato alla territoriale, alla Stazione, vicino casa. Anche lì mi impiegavano per le esperienze pregresse, mi occupavo esclusivamente di Polizia Giudiziaria. Ma non ci ho resistito molto”.

E quindi?
“E quindi volevo comandare una Stazione, occuparmi di quella che personalmente ritengo essere le vera “bassa Giustizia”, altro che carolingi. Problemi minori, piccoli, quasi insignificanti rispetto alle grandi indagini del passato. Ma importantissimi, vitali, quotidiani per coloro che ne erano portatori. Sono passato da una riunione alla Farnesina a ricevere “tziu Gavino”, che voleva parlare, con l’abito buono indossato per l’occasione, solo ed esclusivamente con il Comandante perché aveva un grande problema. E poi aveva semplicemente smarrito la carta di circolazione”.

Mi stai dicendo che negli anni in cui hai Comandato la stazione dei carabinieri di Budoni hai preso solo denunce di smarrimento? Corre ancora voce che lavorassi e forse lavori ancora per i servizi segreti.
“Allora si sono dimenticati di pagarmi lo stipendio! Che si mettessero in contatto con me e gli mando l’Iban. No, ma quali servizi segreti. Sì, sono stati dodici anni intensi, quelli da Comandante a Budoni. Però tra un omicidio e l’altro ho preso anche qualche denuncia di smarrimento”.

Ce l’abbiamo fatta. Non ti far pregare.
“Due, due omicidi in particolare. Tante storie, tante piccole cose risolte anche un po’ più serie dello smarrimento di una carta di circolazione. Gli incontri con gli studenti, per i quali non mi sono mai risparmiato; gli appuntamenti religiosi in cui la figura del carabiniere a fianco del Santo patrono non può mancare, gli eventi estivi, anche di spessore, che richiedevano presenza e organizzazione, le “piccole” indagini” di cui ti parlavo prima. Certo, tutto questo. Ma le indagini per quei due omicidi non le dimentico”.

Due vittorie per la Giustizia, mi sembra di ricordare.
“Una e mezza. La mezza è per l’omicidio di Enzo Albanese, ammazzato a colpi di pistola in Brasile. La sua famiglia viveva a Budoni e vennero da me a fare denuncia dell’accaduto. Per quell’indagine siamo andati davvero molto oltre quelle che erano le nostre possibilità. “Gallura Oggi” peraltro è stata la testata che meglio di chiunque altra, tra Italia e Brasile, ha raccontato quella storia (potete leggerla qui). Non ricordo se poi avete pubblicato anche come è finita”.

Certo che sì, assolto in Italia e condannato in Brasile (leggi qui).
“E questa è la mezza vittoria. Consentimi di non dire altro, oltre quello che voi avete ben raccontato, sul processo italiano. Invece l’omicidio della donna cinese, a marzo del 2017, scatenò il panico in paese. Ricordo una fiaccolata per le strade di un paese sconvolto dall’accaduto, la paura e lo sgomento della gente era palpabile, la respiravo. Ti anticipo la fine: siamo stati fortunati”.

La fortuna te la devi anche cercare però.
“Vero anche questo. Ti racconto, con la speranza di riuscire ad essere sintetico. Parto dal sopralluogo nel negozio dove fu uccisa Lu Xian Cha, una mamma di 37 anni, cinese. La mia pattuglia arrivò appena qualche minuto dopo l’allarme ed in pochi minuti c’eravamo tutti. Lo sforzo maggiore, inizialmente, fu quello di tenere lontani dalla scena del crimine tutti quelli che non erano indispensabili. Trovammo il coltello all’interno, un coltello da cucina di quelli grandi, una ventina di centimetri di lama. Il primo particolare che mi colpì fu che la donna, sebbene fosse stata spostata dai soccorritori, aveva ancora i capelli, raccolti in una coda, in bocca. Come se qualcuno l’avesse afferrata da dietro e tenuta ferma per i capelli. Come ad ogni crimine mi tornò in mente la frase di un mio vecchio maestro. “Osserva tutto, poi siediti in un angolo e lascia che il tuo cervello pensi”. È quello che feci anche in questa occasione”.

“Sul bancone la cassa era aperta e dentro c’erano solo pochi spiccioli. Di fianco c’era una serie di articoli messi lì come se dovessero essere pagati, tutti compatibili tra loro. Le infradito numero 41, due camicie taglia L, due t shirt e un paio di jeans della stessa taglia. Insomma, non erano lì per caso: erano stati scelti dalla stessa persona, e molto probabilmente si trattava dell’assassino. Uomo, un metro e settanta circa, non magrissimo ma nemmeno piazzato. Banale? No, nelle dinamiche psichiche di un rapinatore che deve aspettare il momento giusto fingendosi cliente, che non deve suscitare sospetti, ci sta eccome che scelga abiti e oggetti davvero consoni e adeguati a se stesso. Poco, ma per cominciare poteva bastare”.

Il Maresciallo si ferma a pensare e fissa un punto nel vuoto, come se non fosse seduto davanti a me ma dentro quel negozio. Non voglio interromperti. Continua quando vuoi.
“Sì scusa. Sai, a differenza di altre zone della Sardegna, da queste parti, in questi casi, si ha il problema opposto all’omertà. Dopo mezz’ora avevo almeno cinque persone sicure, in base a quelle che non potevano essere che congetture, di conoscere il nome dell’assassino. Facemmo fare ovviamente tutte le verifiche ma a me non convincevano per nulla. Quella notte facemmo poi perlustrare a piedi tutte le vie circostanti, soprattutto quella che porta direttamente alla spiaggia di Salamaghe. Nulla, non trovammo nulla”.

“Nei giorni successivi il lavoro grosso fu quello di acquisire le immagini di tutte le telecamere possibili del centro di Budoni, e devo dire che trovai negli esercenti e nella gente in generale una collaborazione emozionante. Tutti misero a disposizione le immagini dei loro impianti di videosorveglianza, superando qualsiasi problema, comprando loro stessi i supporti per salvarle e mettercele a disposizione. Dovemmo poi “pareggiarle”, sincronizzarle con l’orario giusto. La qualità non era eccezionale ma era quello che avevamo a livello di immagini, e su quelle dovevamo lavorare”.

Finora non vedo fortuna, ma solo lavoro.
“Tre giorni dopo. Il primo episodio fortunato fu tre giorni dopo. Tornai per l’ennesima volta, da solo, dentro quel negozio. Penso meglio, quando sono solo. Osservai tutto ancora una volta. Mi sembrava di vedere la scena dell’omicidio. L’autopsia ci aveva nel frattempo detto che la donna aveva subìto decine di coltellate di cui una profondissima, alla schiena. Probabilmente l’ultima, mentre cercava di scappare. Faceva il paio con quello che avevo sospettato circa il fatto che era stata tenuta da dietro per la coda dei capelli. Decisi di camminare a piedi come avevamo stabilito, grazie ad alcune testimonianze, avesse fatto l’assassino, e ripercorsi la strada che portava alla spiaggia, improbabile che scappando si fosse diretto verso via Nazionale, verso il centro. Scavalcai un muretto a secco e camminai parallelo alla strada ma sul prato, seminascosto dalla vegetazione”.

“Dopo un centinaio di metri trovai quella che sembrava una felpa. Erano invece i pantaloni della tuta dell’assassino, molto particolari, con una scritta bianca verticale lungo la gamba. E sul bianco si vedevano nitidamente macchie di sangue. Ci volle poco per individuare l’assassino, tra le immagini che avevamo acquisito, con addosso quei pantaloni prima della rapina. Ma non è stato questo il solo colpo di fortuna, anche perché non era conosciuto, non era della zona e non avevamo idea di chi potesse essere”.

Ora sono curioso.
“Te la faccio breve, stiamo andando per le lunghe. La Procura mi autorizzò una consulenza tecnica, fu nominato un mio ex collega del Ros, esperto di telecomunicazioni”.

Un caso?
“No, sapevo delle sue competenze, il nostro metodo di lavoro, le dinamiche investigative erano uguali e simmetriche. Con lui analizzammo le immagini e ricostruimmo tutto il percorso che l’assassino aveva fatto prima dell’omicidio. Ma non solo: con un software specifico rilevammo le vere Cga che coprivano i luoghi esatti in cui lo riprendevano le telecamere e …” .

Aspetta, aspetta, comincio a perdermi. Cosa sono le Cga?
“Vero, scusa. Sono le famigerate celle che il cellulare aggancia quando compie una qualsiasi attività. Il discorso è questo: se tu fornisci all’operatore le coordinate geografiche del luogo che ti interessa, il loro sistema “simula” la posizione, con un software che non conosce però le evoluzioni urbanistiche, l’orografia ed i mutamenti del territorio. E magari ti sballa di venti chilometri come niente, fornendo un dato sbagliato. Noi ce le siamo trovati da soli, ma è stato un lavoraccio, semplice a dirsi ma davvero complesso da fare”.

E quindi?

“Ottenute le celle abbiamo richiesto ad ogni singolo operatore telefonico i tabulati di tutto il traffico telefonico nella fascia oraria pre e post omicidio. Praticamente un paio di milioni di contatti. Per ognuno di questi abbiamo poi chiesto intestatari e utilizzatori”.

Da come ne parli sembra un giochino. Immagino squadre di operatori al lavoro ma mi sembra di capire che non eravate così tanti.
“Immagina una stanza della caserma di Budoni con dentro due o tre persone, è più vicino alla realtà. Il server che abbiamo utilizzato per l’analisi occupava metà stanza, nemmeno ci saremmo entrati in più di tre. Comunque, finito il lavoro di acquisizione avevamo due milioni di contatti e circa ottocentomila persone identificate perché avevano telefonato a qualcun altro, o semplicemente mandato un messaggio o si erano collegati alla rete internet in quella fascia oraria trovandosi in quella zona. E tra questi c’era l’assassino, ne eravamo sicuri”.

“Con tutti i filtri possibili e immaginabili non riuscivamo a restringere il campo ad un numero di persone da controllare che fosse affrontabile investigativamente, fino a quando non abbiamo deciso di provare a cercare tra i contatti avvenuti nello spazio di trenta secondi, nel momento esatto in cui una delle telecamere lo riprendeva, o almeno così sembrava, non erano nitidissime, con una mano vicino l’orecchio, e quindi probabilmente al telefono. Ci venne fuori un elenco di un centinaio di persone. Che non sono poche, ma non avevamo altra scelta. Per ognuna cercavamo più informazioni possibili, con i nostri schedari, le nostre banche dati, i nostri archivi. Ma ci stavamo scoraggiando. Fino a quando non avemmo l’illuminazione: i social. Cominciammo a cercare gli intestatari delle utenze sui social: al decimo tentativo ci apparve la foto dell’assassino, che nella foto profilo di Facebook indossava la stessa particolare felpa del giorno dell’omicidio”.

Beh sì, ma mi pare tu stia confermando quello che avevo anticipato. La fortuna sì, ma bisogna anche andarsela a cercare.
“Lasciami finire, che ancora manca il tassello decisivo. Lo identificammo quindi, e tutto diventò più facile. Ricostruimmo dal suo telefono i suoi movimenti secondo per secondo, capimmo che era scappato in continente la sera stessa con l’ignara complicità di una sua parente di cui era ospite a Budoni, scoprimmo che era tornato nelle Marche, da cui era venuto via con la famiglia dopo il terremoto, a fare il pastore. Usciva la mattina prestissimo e non era avvicinabile facilmente senza che se ne accorgesse, e noi avevamo bisogno del Dna. Sui pantaloni che indossava l’assassino, mi ero dimenticato di puntualizzarlo, i tecnici del Ris avevano isolato dal sangue due diversi Dna, uno della vittima e l’altro di un ignoto maschio. Si decise per prelevarlo al padre, che era rimasto in Sardegna. Fu invitato in caserma, gli fu offerto un caffè e dal bicchierino ottenemmo il suo Dna”.

“Ricordo come fosse ieri il pomeriggio in cui il Procuratore della Repubblica mi chiamò per dirmi che le analisi avevano confermato una indiscutibile compatibilità. Chiusi tutto, andai a casa, mi misi a letto a luci spente con la testa sotto il cuscino e lì rimasi fino a notte fonda. Quel ragazzo è nato lo stesso giorno e lo stesso anno di mio figlio. Ed aveva appena vinto un ergastolo”.

Fu arrestato, quindi.
“Lo fecero altri miei colleghi, per me l’indagine era finita con quella telefonata. Tranne una piccola appendice, al processo. I suoi legali scelsero il rito abbreviato, allora era ancora possibile per il reato di omicidio, ora non più. Il PM lo chiese ma cadde l’accusa di rapina, il suo bottino era stato di cinque euro. Fu condannato a trent’anni di carcere, scesi a venti per la scelta del rito. Ero presente alla lettura della sentenza, volevo guardarlo negli occhi, non lo avevo ancora visto di persona. Avrei voluto chiedergli solo “perché Simone, perché?”. Ma non l’ho fatto, anche se ancora adesso ho il desiderio di andarlo a trovare in carcere”.

Lo sguardo è di nuovo quello dell’inizio della storia, nel bianco della parete sembra anche a me di vedere scorrere delle immagini. Mi lasci con tre immagini della tua carriera?
“Un bambino che mangia il gelato una domenica mattina a piazza Vittorio, a Roma. Conservo ancora la fotografia che gli feci. Ero arrivato in ufficio al mattino e nella notte i miei avevano arrestato una donna e l’avevano messa in cella in attesa della direttissima. Con lei aveva il figlio e lo avevano messo in cella con la mamma. Le mie urla credo le abbiano sentite fino in Abruzzo. Lo feci uscire e lo portai a fare una passeggiata. Accettò un gelato. Trascorse tutta la giornata con me in ufficio, poi con il permesso della mamma lo mandai a dormire in una cameretta con una collega donna, che lo tenne fino a quando la mamma non tornò dalla direttissima”.

Non ho il tempo di commentare, che lui continua.
“La seconda è un bimbo in una bara. Era morto annegato, per disgrazia, nel giorno della festa del patrono. La mamma era venuta in vacanza a Budoni all’insaputa dell’ex marito. Non so se fosse lo shock o altro, ma quel bimbo era nella bara di metallo, in attesa degli accertamenti necessari, con addosso solo il costumino che aveva quando era annegato. Era la sera della festa patronale. Dopo la processione, tornando in caserma a piedi, io e mia moglie ci fermammo in un negozio, gli comprammo un completino azzurro con la scritta Italia e glielo mandammo in camera mortuaria. Poi seppi che anche altre persone avevano fatto la stessa cosa”.

Ne manca una, magari ti viene in mente qualcosa di bello.
“Non ne ho una in particolare. Ma se proprio è necessario ti dico che per me è davvero bello vedere che ancora adesso c’è gente che mi ferma per strada o mi telefona per dirmi “lo so che sei in pensione, ma ho solo bisogno di un consiglio”. Ecco, immagina questa di scena”.

Sei stato anche un collega, anche un giornalista. Come la concludiamo questa intervista?
“Facciamo che la concludiamo andando al bar a prenderci il caffè, che poi era il motivo per cui ci siamo visti, e poi ci fumiamo una sigaretta. Può andare?”.
Può andare.

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