L’omicidio di Enzo Albanese, un giallo internazionale risolto da Budoni

Dall’omicidio al processo per la morte di Enzo Albanese.

Enzo Albanese, ex ufficiale dei carabinieri, fu freddato con sei colpi di pistola la sera del 2 maggio 2014, mentre rientrava nella sua casa di Natal, metropoli brasiliana di circa un milione di abitanti. L’uomo, di origini pugliesi, aveva vissuto e lavorato a lungo prima a Milano e poi ad Olbia. La sua famiglia era rimasta a vivere a Budoni. E proprio alla stazione carabinieri della cittadina bassogallurese si rivolsero i genitori e la sorella dopo aver appreso della sua terribile fine.

Fu il comandante del presidio militare budonese, il maresciallo Gianluca Lombardi, a ricevere la denuncia e far scattare immediatamente le indagini, pur se rese particolarmente complesse dalla distanza e dalla lingua. Ma, con il coordinamento della Procura della Repubblica di Nuoro (il pubblico ministero era Andrea Vacca, ora in servizio a Cagliari) e grazie anche ad una donna budonese, amica di famiglia degli Albanese, che si trovava a Natal dove lavorava nella clinica estetica che Enzo aveva avviato, gli investigatori italiani riuscirono a mettere le mani, da subito, nelle mail che l’imprenditore aveva lasciato nel suo pc.

Le prove dell’omicidio.

“Il testamento di Enzo Albanese”, le definiranno poi i carabinieri di Budoni nelle loro informative. Una corrispondenza fitta con Raffaele Piccolo, imprenditore romano per il quale Enzo Albanese curava il patrimonio brasiliano, dopo essere subentrato a Pietro Ladogana ed averne scoperto il malaffare. Non solo in danno di Piccolo, ma anche verso un gruppo di altri imprenditori romani suoi amici che lo avevano seguito negli investimenti nord brasiliani.

Pietro Ladogana era il procuratore, con potere di firma e rappresentanza, di tutti, faceva e disfaceva società ad un ritmo forsennato, spostava quote societarie come nulla fosse, senza che in Italia i suoi soci investitori ne sapessero nulla. Enzo Albanese lo aveva scoperto, ed aveva inviato a Piccolo anche le prove documentali: per Ladogana significava la fine. E allora era volato in Italia, ad aprile del 2014, ed aveva incontrato in un autogrill i Ceravolo, padre e figlio, che avevano investito con lui, per il tramite di Piccolo, importanti somme di danaro. I due, in rapporti anche di parentela con i Piccolo, avevano ormai capito il gioco e lo avevano messo davanti alle sue responsabilità.

Lui aveva glissato, inventato, cercava di tergiversare: non sapeva che i due lo stavano registrando, dicendo anche a loro che Enzo Albanese “farà presto una brutta fine”. La spaccia per una voce raccolta a Natal, ma gli investigatori italiani prima (che a giugno trovano il video nel pc dei Ceravolo e lo sequestrano) e i giudici brasiliani poi, la pensano diversamente. Tornato in Brasile, Ladogana, svuotava i suoi uffici ed a fine maggio ripartiva ancora per l’Europa. Si recava in Croazia e creava un paio di società: il suo futuro imprenditoriale lo vede nei Balcani e lo confessa anche per telefono al padre, mentre nella Stazione budonese i carabinieri lo intercettano e lo ascoltano, durante il viaggio di ritorno dalla Croazia a Fiumicino, dove un aereo lo porterà ancora in Brasile.

Ma non ci riesce, ad imbarcarsi. Per i carabinieri di Budoni, che stanno intercettando tutti i suoi telefoni e quelli del suo entourage ormai da un mese, e per la Procura di Nuoro, c’è il tanto per arrestarlo ed accusarlo di essere il mandante dell’omicidio di Enzo Albanese. A mettergli le manette, mentre faceva il check in all’aeroporto romano, va personalmente il maresciallo Gianluca Lombardi. Con la collaborazione dei suoi colleghi del Nucleo operativo dello scalo aeroportuale, gli notifica il fermo disposto dal pm Andrea Vacca ed avvallato dal procuratore capo Andrea Garau. E gli sequestra telefoni, computer, pen drive: milioni di file tra i quali ne spunteranno fuori un paio che lo inchiodano.

L’arresto all’aeroporto di Fiumicino.

Con lui, al banco partenze, c’è una donna, bella e giovane: i carabinieri fanno finta di non accorgersene e registrano l’intreccio di telefonate della cerchia di Ladogana subito dopo il suo arresto. La donna rinvia il volo al giorno dopo, nella notte recupera, con la complicità di amici, una ingente somma di danaro contante, che somma ai quarantamila che già aveva nella borsa. Quando sta per imbarcarsi, il giorno successivo, i carabinieri la fermano e trovano il danaro. Dall’arresto, convalidato dal GIP nuorese Mauro Pusceddu (attualmente giudice a Sassari), comincia una complessa indagine sull’asse geografico sardo-brasiliano Budoni-Natal, ma soprattutto sull’asse investigativo Gianluca Lombardi-Raimondo Rolim. È il funzionario della DEHOM (Delegacia Especializada em Homicídios) di Natal, che sta indagando in Brasile per gli stessi fatti. Apprende dell’arresto di Ladogana in Italia e mette le manette a Tamara Ladogana, la moglie di Pietro ed a Alexandre Douglas Ferreira, poliziotto militare brasiliano a libro paga di Ladogana, che ritiene essere l’esecutore materiale dell’omicidio di Albanese.

Alla donna sequestra macchine di lusso, appartamenti, documenti e agende e le indagini continuano per un anno in maniera parallela, in Italia ed in Brasile. Viene in Italia, il funzionario brasiliano, ed insieme al comandate dei carabinieri di Budoni coordinano e danno esecuzione a decine di perquisizioni in tutta l’Italia centrale. Familiari, soci ed ex soci di Ladogana. Sequestrano scatoloni interi di documenti, telefoni, ma soprattutto il PC portatile dove troveranno il video delll’incontro di Ladogana con i Ceravolo all’autogrill. A Budoni i carabinieri analizzano la documentazione ed i milioni di file presenti nei telefoni di Ladogana ed in tutti gli altri device sequestrati.

Le indagini dei carabinieri di Budoni.

Un lavoro mostruoso per un piccolo presidio, che in estate diventa una metropoli del turismo con numeri da capogiro. Ma pur nel pieno della movida agostana i carabinieri non mollano, fino a quando trovano una foto, scattata dall’interno di un’autovettura (che sembra essere, dall’osservazione del cruscotto, proprio quella di Ladogana) che ritrae Enzo Albanese di spalle, mentre entra in bicicletta nel parcheggio di un supermercato. Al processo romano, la sorella ed il padre riconosceranno quell’uomo di spalle, senza nessun dubbio, in Enzo Albanese: il cappellino che indossava, peraltro, glielo aveva regalato la sorella. Per gli investigatori è la prova che Ladogana lo pedinava. In Brasile Raimondo Rolim ed i suoi uomini ricostruiscono gli ultimi minuti di vita di Enzo Albanese.

Acquisiscono le immagini interne di un supermercato e scoprono che, quella sera, due uomini pedinavano Albanese. Quando l’italiano esce e sale sulla sua moto, i due uomini salgono a bordo di una Toyota Corolla ed una Gol nera, una comunissima berlina prodotta solo per il mercato sudamericano: lo seguono fino a casa e quando scende dalla moto lo freddano con sei colpi di pistola, l’ultimo alla nuca. I poliziotti brasiliani acquisiscono le immagini di tutte le telecamere di sorveglianza sul percorso e scoprono che la Toyota grigia che vedono pedinare l’italiano nei loro monitor ha un difetto al faro anteriore sinistro, che proietta la luce in modo anomalo. Fanno una comparazione con quella che hanno sequestrato a Douglas Ferreira, alla stessa ora della sera e con le stesse condizoni ambientali. E dimostrano che la Corolla che pedinava Albanese era proprio quella del poliziotto militare brasiliano, che qualche giorno dopo cercherà di disfarsene, svendendola in fretta e furia. Ma all’appuntamento con il compratore c’è anche Rolim con i suoi uomini, che documentano anche quel tentativo.

La decisione della Cassazione.

A dicembre del 2014, quando la rogatoria per il Brasile era già stata scritta dalla Procura di Nuoro, la Cassazione sposta la competenza territoriale. Procura di Civitavecchia, giurisdizione competente rispetto al luogo, Fiumicino, dove è stato fisicamente arrestato Ladogana a maggio, e quindi il processo si svolge innanzi alla prima sezione della Corte d’Assise di Roma. Si ritrovano ancora, in quell’aula, il maresciallo Lombardi ed il delegado Rolim, e raccontano ai giudici, togati e popolari, tutta la lunga e complessa storia. Ricostruiscono gli intrecci societari, spiegano le dinamiche che utilizzava Ladogana, illustrano quelle che ritengono essere le prove della sua colpevolezza. Ci sono anche i documenti arrivati dal Brasile a seguito della rogatoria nuorese, incredibilmente mai analizzati dalla Corte d’Assise di Roma. Che assolve Ladogana, senza imputare alcunchè al presunto esecutore materiale, il poliziotto Alexandre Douglas Ferreira. La Procura di Civitavecchia e la parte civile si oppongono alla sentenza assolutoria ed il nuovo processo viene incardinato in Corte d’Assise d’Appello: ma nel frattempo Pietro Ladogana torna in Brasile.

Il nuovo matrimonio di Ladogana.

Ha sposato Regina, dopo aver divorziato dalla moglie Tamara ed essere uscito dal carcere: la ragazza che era in sua compagnia quando era stato arrestato. Dopo essere stato assolto in primo grado a Roma, aver riacquistato il possesso del suo passaporto ed essersi convinto che in Brasile nulla gli sarebbe accaduto, parte per la capitale del Rio Grande del Nord. Ma il 13 settembre 2019 ad aprirgli la porta dell’aereo trova il delegado Raimundo Rolim, che lo arresta. Il poliziotto brasiliano, quando era ripartito dall’Italia, aveva portato con sé l’hard disk che gli aveva affidato il maresciallo Gianluca Lombardi, con l’autorizzazione delle autorità giudiziarie brasiliana e italiana. Dentro il supporto informatico, tutte le prove “italiane”: migliaia di file e documenti. In particolare quelli che aveva nella borsa quando era stato arrestato a Fiumicino, relativi alla “fazenda” di Extremoz, poco lontano da Natal, di cui i soci investitori italiani di Ladogana erano convinti esserne i proprietari, e che invece lui aveva prima rivenduto ad un suo prestanome utilizzando un falso documento e poi intestato a Regina Da Souza, per poterla rivendere, ancora, a due nuovi soci italiani, desiderosi di “investire” in Brasile; ma anche la foto del pedinamento di Albanese, le mail con Raffaele Piccolo, il colloquio audio video registrato all’autogrill.

La sentenza del tribunale brasiliano.

Prove che la giuria popolare e l’autorità giudiziaria brasiliana, dopo l’ultima udienza dello scorso 26 agosto, la scorsa notte hanno riassunto in una sola parola: colpevole. Negandogli anche, così si legge nella sentenza del giudice Josè Dias junior, la possibilità di proporre appello per la libertà. “Un omicidio freddamente premeditato e pianificato nei minimi dettagli e con ragionevole preavviso (…) commesso da chi sebbene ben accolto in questo Paese, ha approfittato dell’ospitalità della sua gente per turbare l’ordine pubblico e pace sociale attraverso l’audace commissione di un crimine di estrema gravità, oltraggioso e in totale disprezzo delle leggi della nostra Repubblica”, così scrive il giudice brasiliano, condannandolo a 18 anni di carcere, anche se ne dovrà scontare 16 anni di carcere, atteso che si trova ristretto dal 13 settembre 2019 e quindi due sono già trascorsi in custodia preventiva. Fuori dal processo, invece, Tamara Ladogana, che ha dimostrato la sua estraneità rispetto agli affari del marito e Alexandre Douglas Ferreira. La sua difesa ha chiesto una perizia psichiatrica e, dopo essere stato espulso dalla polizia militare, è stato interdetto.

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