L’evoluzione dell’aeroporto di Olbia.
Mentre le cronache di questi giorni si affollano di nastri tagliati, autorità in abito scuro e numeri da record per l’inaugurazione ufficiale del nuovo assetto aeroportuale, c’è una storia sottile, fatta di vento e polvere, che rischia di passare inosservata. È la storia di come Olbia sia passata dal “semaforo di Venafiorita” ai radar satellitari, cambiando per sempre il Dna di un’intera isola.
Per capire cosa stiamo festeggiando oggi, dobbiamo tornare a Venafiorita. Immaginate un mondo dove, per far decollare un aereo, bisognava fermare il traffico automobilistico. Non è una leggenda: sulla strada provinciale per Loiri, un semaforo rosso bloccava le macchine ogni volta che un Beechcraft della Alisarda accendeva i motori. La pista era così corta che ogni decollo sembrava un miracolo di fisica e audacia.
A Venafiorita non si arrivava per “turismo“, si arrivava per “avventura“. I passeggeri scendevano dalla scaletta e si trovavano immersi nel profumo del mirto e del lentisco, in un’aerostazione che somigliava più a una casa colonica che a un hub internazionale.
Spesso si legge che l’aeroporto nacque per servire la Costa Smeralda. È vero, ma la prospettiva storica è più profonda. Il Principe Karim Aga Khan non cercava solo una pista per i suoi amici: cercava un ponte invisibile. In un’epoca in cui la Sardegna era vista come un luogo d’esilio o di pastorizia, l’aeroporto fu l’arma per scardinare l’isolamento. Se l’aeroporto di Alghero (Fertilia) era la porta dello Stato e dei militari, quello di Olbia nacque come la porta dell’immaginazione. Fu il primo caso in Italia di un’infrastruttura aeroportuale nata interamente da una visione privata, pensata per un’estetica del paesaggio prima ancora che per la funzionalità.
L’attuale aeroporto, che oggi celebriamo nella sua veste più moderna, è il nipote diretto di quella follia degli anni ’60. Se guardate bene tra le ampie vetrate e le strutture in acciaio inaugurate recentemente, potrete ancora scorgere lo spirito di chi, nel 1974, decise di spostare tutto a pochi chilometri dal mare, sfidando lo scetticismo di chi non credeva che Olbia potesse diventare il principale scalo turistico dell’isola.
Oggi non stiamo solo inaugurando nuovi spazi o celebrando un’intitolazione. Stiamo ricordando che questo aeroporto non è nato da un calcolo burocratico, ma da un atto di amore (e di arroganza visionaria) verso una terra che tutti credevano immutabile. La prossima volta che camminerete verso l’uscita, dopo aver ritirato i bagagli, provate a immaginare quel vecchio semaforo rosso di Venafiorita. Quel rosso non era uno stop, era l’attesa di un salto nel futuro che oggi, finalmente, è diventato realtà.
