Un anno senza Cinzia Pinna: il dramma del femminicidio in Gallura

Cinzia Pinna

Un anno senza Cinzia Pinna.


È passato quasi un anno dal terribile omicidio di Cinzia Pinna. La giovane donna, 33enne, è stata assassinata nella notte tra il 12 e il 13 settembre, il giorno in cui era stata denunciata la sua scomparsa da parte della famiglia. Il femminicidio della giovane di Castelsardo ha sconvolto tutta la Sardegna per la crudeltà con cui è stata uccisa la povera vittima. A dare un tocco ancora più sconvolgente della vicenda è il fatto che a ucciderla è un imprenditore molto noto in Gallura, Emanuele Ragnedda. L’uomo ha confessato il suo delitto ma ha sempre dichiarato di averlo fatto per legittima difesa.

Il problema dei femminicidi.

Una giustificazione che non ha retto, perché la ricostruzione della scena del crimine, avvenuto nella sua tenuta a Conca Entosa (Palau) suggerisce tutt’altro. Per questo motivo è stato iscritto nel registro degli indagati per omicidio volontario con l’aggravante della crudeltà riconoscendo che l’uomo voleva annientarla. Il caso di Cinzia Pinna ha portato molti a rendersi conto come la realtà dei femminicidi non sono tutt’altro assenti in Sardegna. Proprio l’anno prima, nel 2024, nell’Isola sono state uccise otto donne, mentre l’Italia stava registrando una prima diminuzione dei casi dopo la revisione della normativa del Codice rosso.

I femminicidi sono un problema reale nel nostro Paese, a causa di una cultura della prevaricazione maschile sulle donne. Per questo motivo il Governo nel 2025 ha approvato il reato autonomo di femminicidio, riconoscendo per la prima volta che questi fatti sono collegati all’odio e alla discriminazione di genere. L’Italia è tra soli pochi paesi in Europa ad avere un reato di femminicidio nel codice penale. Eppure nel nostro paese il fenomeno non si è fermato: in Italia dal 1° gennaio al 31 agosto sono state uccise 56 donne. Di queste, circa 24 delitti sono collegati a dinamiche di possesso e violenza di genere, ma con la nuova legge ne sono riconosciuti solo 8. Segno che c’è ancora da fare anche nelle aule dei tribunali per riconoscere la violenza sulle donne.

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