Come si ottiene un seme femminizzato?

semi di marijuana femminizzati, sono un particolare tipo di prodotto, dalla cui coltura nascono piante femmine con una probabilità anche superiore al 90%. Un risultato eccezionale, se si tiene in considerazione il fatto che un seme regolare, non femminizzato, di marijuana dà vita ad arbusti di sesso femminili attorno al 50% dei casi.

Varie sono le tecniche che sono state trovate per giungere a questo straordinario risultato, mentre sostanzialmente un paio sono i come vantaggi che questa innovazione ha comportato: da una parte, rendere più efficienti le coltivazioni e, dall’altra, rendere la selezione delle migliori varietà di marijuana più agevole.

I vantaggi

Come accennato, con i semi femminizzati è sicuramente migliorata l’industria della coltivazione della cannabis. Difatti, le piante femmine di marijuana sono quelle che producono le infiorescenze, che possono essere vendute a un vasto pubblico, per i più svariati utilizzi. I fiori femminili della canapa sono infatti impiegati in diversi settori e sono quelli che assicurano un maggiore ritorno economico. Quelli della pianta maschio, invece, contengono il polline che serve per la riproduzione per la pianta e quindi per la produzione di semi, rendendo le cime della femmina inutilizzabili.

Aumentando il numero effettivo di piante femmine in una coltura, il breeder ha la possibilità di eliminare in parte lo spreco costituito dal dover eliminare dalla piantagione gli arbusti di sesso maschile, per preservare le infiorescenze femmina. A questo si aggiunge il fatto che le piante di semi femminizzati producono solo semi femminizzati, tramandando un patrimonio genetico tutto al femminile.

Questo ha un notevole impatto anche per quei breeder o quelle aziende che intendano fare una selezione genetica, per la creazione o il miglioramento di uno strain di cannabis. Valutare la qualità di una specie di marijuana è possibile solo facendo riferimento alla pianta femmina e quindi al prodotto finale che interessa il mercato. Pertanto, anche in fase di sperimentazione, una predominanza di specie femminili di piante è senza dubbio molto utile.

Come si ottengono i semi femminizzati

livello industriale, è comune l’utilizzo di ormoni o di acido gibberellico per la femminizzazione dei semi di marijuana. Il risultato che si vuole ottenere è, infatti, che la pianta si riproduca, ma trasmettendo il solo cromosoma X, così da aumentare in maniera incisiva la probabilità che la pianta che nasce da quel seme sia femmina. Intervenire a livello ormonale è sicuramente molto efficace in questo senso, l’acido gibberellico, dal canto suo, è un composto chimico che facilita un tipo di moltiplicazione cellulare asessuata, la mitosi e che influenza l’espressione sessuale delle piante dioci, ma ci sono altri metodi più accessibili per ottenere il medesimo risultato.

Tuttavia, il metodo più comune, che in quanto non particolarmente difficoltoso, si sta anche affermando a livello amatoriale della femminizzazione fai-da-te, comporta l’applicazione di tiosolfato d’argento STS o dell’argento colloidale sulle piante femmine di marijuana, prima dell’impollinazione. Si otterranno delle piante femmine, con infiorescenze ricche di polline femminile pronti alla riproduzione. Molti sono gli esperti che hanno cercato di illustrare modi, tempi e precauzioni nel trattare la pianta con queste sostanze, per questo chi si voglia imbarcare in una simile pratica dovrebbe sicuramente tenere in considerazione tali consigli.

Quello che tradizionalmente veniva utilizzato e sicuramente quello più facile da mettere in atto è la “rodelizzazione”, che consiste nel sottoporre le piante femmine a stress tali per cui esse si trasformano in ermafroditi e quindi si riproducono autonomamente, senza bisogno della pianta di sesso maschile. In particolare, questo succede quando viene lasciato che le piante femmine producano le infiorescenze, senza che esse vengano raccolte o impollinate da una pianta maschio. In questo caso, l’effetto che il più delle volte si produce è quello che la pianta di cannabis di sesso femminile, per un senso di conservazione della specie, si autoriproduce, trasmettendo, quindi, solo il cromosoma X, quello necessario per la femminizzazione. Inconvenienti principale di questo metodo è innanzitutto che rimane la necessità di estirpare le piante maschio, per evitare l’impollinazione e anche che non vi è una certezza assoluta di successo.

Caso interessante, quest’ultimo, in cui si assiste per una volta ad una modificazione genetica che si genera dalla pianta stessa, senza l’intervento dell’uomo, per un mero istinto di conservazione della specie. Questo argomento è difficilmente confutabili dai molti che considerano la femminizzazione dei semi di cannabis una pratica che sta portando ad un progressivo impoverimento della varietà di marijuana.

Da qualunque punto di vista lo si guardi, questo procedimento ha portato sicuramente ad una rivoluzione della coltivazione della cannabis per la vendita delle infiorescenze, ma occorre sempre considerare che questa specie vegetale viene in aiuto per molti altri settori, da quello erboristico, a quello delle costruzioni, delle bonifiche e anche per la produzione di semi a fini alimentari. In questo senso, è difficile immaginare la perdita della biodiversità che viene paventata.

Sembra più probabile un futuro in cui convivono colture diverse di questa pianta, che fanno uso di semi del tipo più adatto alle esigenze del settore di riferimento. Semi femminizzati, autofiorenti, regolari e a crescita rapida serviranno per diversi fini, come la sorprendente pianta che da essi nascerà.

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