Mogli nude online: gruppo rimosso, indagini proseguono. Mariti rischiano 6 anni 

violenza donne maltrattamenti olbia

Nel gruppo “Mia Moglie” numerose persone da Olbia e Sassari.

Dopo le segnalazioni, la Polizia postale ha avviato le indagini sul gruppo social “Mia Moglie”, dove decine di foto erano state pubblicate da mariti senza il consenso delle loro mogli, con numerosi membri provenienti anche da Olbia e Sassari, i quali potrebbero essere indagati dalle forze dell’ordine. A seguito delle proteste, il gruppo è stato chiuso da Meta per “sfruttamento sessuale” e ora le proteste si concentrano su altre community simili.

LEGGI ANCHE: Mogli finite sui social, è bufera revenge porn. Iscritti anche del nord Sardegna

L’indagine è nata dalla denuncia di un’attivista, che ha parlato di vero e proprio “stupro digitale”. Chi ha diffuso contenuti senza consenso rischia fino a sei anni di carcere. Dal 2019, infatti, è in vigore l’articolo 612-ter del Codice Penale, introdotto con la Legge n. 69 del 19 luglio 2019 (il cosiddetto Codice Rosso). La norma punisce con la reclusione da 1 a 6 anni e una multa da 5.000 a 15.000 euro chiunque pubblichi, invii, ceda o condivida immagini o video privati a contenuto sessualmente esplicito senza il consenso della persona ritratta.

Le pene sono più severe in alcuni casi specifici: quando l’autore è il coniuge, anche se separato o divorziato, o una persona legata affettivamente alla vittima; quando la diffusione avviene tramite strumenti informatici e telematici (social, chat, piattaforme online); oppure se la vittima si trova in condizioni di inferiorità fisica o psichica, o è una donna in gravidanza. In presenza di queste aggravanti, la condanna può aumentare da un terzo fino alla metà. L’Italia, proprio per la frequenza di questo reato — spesso usato come forma di punizione contro le donne o per semplice vanto — dispone oggi di una delle normative più severe al mondo.

Proteste pubbliche.

Il gruppo “Mia Moglie”, che contava più di 32.000 iscritti, è stato inizialmente criticato in forma anonima, ma con il crescere delle denunce molti hanno iniziato a esporsi con nome e cognome. I membri, per tutta risposta, hanno provato a isolare i contestatori, bollati come “bigotti”, prendendo di mira soprattutto le donne, bersagliate con insulti sessisti per aver ricordato l’illegalità delle condotte. Le attiviste per i diritti femminili sottolineano che non si tratta di un caso isolato: online proliferano spazi in cui vengono diffuse immagini di donne e ragazze senza consenso, basati su un clima di forte risentimento maschile verso il genere femminile. Il gruppo cancellato da Meta per “sfruttamento sessuale”, infatti, dopo poche ore è stato ricreato da un uomo, poi rimosso a seguito delle segnalazioni.

Condividi l'articolo