L’architetta Cristina Dessole parla del futuro di Olbia
Cristina Dessole è un’architetta impegnata nella riqualificazione di Olbia e parla del futuro della città. “Non è una città da bianco o nero, Olbia. Vedo piuttosto molte zone grigie: una crescita a macchia di leopardo che dimostra sviluppo, sicuramente, ma anche lacune che rimangono”. Nata a Nulvi ma da sempre a Olbia, Cristina Dessole è un architetto che non disdegna l’impegno nel sociale. Attraverso l’associazionismo, ma anche spendendosi in prima persona, come sta facendo ora, per il recupero delle “Casermette” di via Mameli. Operazione che le è valsa, assieme alla socia Lidia Sanna, la candidatura come Personaggio dell’anno 2025.
Vocazione archeologica?
“Abito a pochi passi, vedevo questa struttura decadere giorno per giorno, ho pensato semplicemente che si poteva riportarla in vita. Adesso c’è una snc, la Iolao, che ha vinto un bando del Demanio e lavora a un progetto di promozione, sempre con enti del territorio. Ma come le Casermette, Olbia ha molti spazi che possono essere risanati “
Parla di degrado sociale?
“Anche di questo. Abbiamo diversi spazi abbandonati, dove si rifugiano marginali, sbandati, spesso clandestini. Uno di questi, lo sappiamo tutti, è il grande stabile di viale Aldo Moro, ma ce ne sono altri sparsi per la città”.
Per viale Aldo Moro si parla di risanamento e recupero.
“Attenzione. C’è il lato urbanistico, ed è una cosa che si puo’ risolvere velocemente, e c’è il lato sociale, che è più complicato. Olbia indubbiamente si espande, continua a guadagnare abitanti, ma nella crescita arriva anche gente senza fissa dimora, che se abbandonata a se stessa potrebbe diventare violenta. O forse, come dimostrano gli ultimi avvenimenti, lo è già diventata”.
Catastrofica?
“Niente affatto. Ci sono angoli della città che reggono il confronto con realtà turistiche della penisola, c’è un piano di lavoro, anche se un po’ confusionario, per il verde, i grandi eventi e la musica. Non siamo Barcellona, questo è chiaro, ma ci sono progetti a lungo termine che migliorano il tessuto sociale, la vivibilità”
Per esempio?
“Penso all’università diffusa con strutture nel centro storico, al porto turistico completato, alla Piattaforma tecnologica europea, quasi ultimata in zona industriale. Ecco perché faccio il paragone del bianco e nero. Male e bene corrono insieme”.
Si potrebbe parlare del Teatro Michelucci, forse la più grande incompiuta.
” Vero, ma altri progetti sono stati realizzati. Talvolta è stato il pubblico, talvolta è stato il privato. Come nel caso del Geovillage. Checchè se ne dica, una dimostrazione che è possibile investire con grandi piani per edilizia residenziale e turistica, anche in zone in apparenza marginali. Come fece trent’anni fa proprio Gavino Docche”.
Qualcuno, però, dipinge Olbia come la città delle occasioni perdute.
“Parlo da architetto, per quel che mi compete: bene, fra le tante, penso sia stata un’occasione perduta quella di non affidare a Zaha Hadid, archistar irachena, il progetto della Pte, nel 2016. Parliamo di una donna che era ai vertici dell’architettura mondiale. Bene, ad Olbia il suo progetto arrivò undicesimo, a vincere fu uno studio bolognese”.
Esempi positivi?
“Sicuramente il Distretto della nautica, che ha ad Olbia una collocazione naturale. Va bene la collaborazione con le università, non solo quelle sarde. Bene anche il far entrare il museo archeologico in una dimensione internazionale”.
Bene i grandi progetti, ma la gente chiede strade senza buche e quartieri risanati.
“È un impegno che spetta alla politica. Una strada che ho tentato quindici anni fa, ma oggi un’esperienza che non intendo ripetere”.
