Da Barletta a Olbia inseguendo la libertà: la strada interrotta di Pietro, ucciso a coltellate

Pietro Paolo Filippo Sciusco

La scomparsa tragica di  Pietro Paolo Filippo Sciusco.

Un camper, la strada davanti, il vento tra i capelli e un profumo di libertà che inseguiva in ogni angolo stretto. Pietro Paolo Filippo Sciusco cercava il proprio posto nel mondo. Dalla sua Barletta e da Canosa di Puglia, che sentiva troppo piccole per contenere i suoi sogni, la sua vita era diventata un grande cammino. Era stato in Francia, aveva girato l’Italia e spinto lo sguardo oltre, lavorando anche negli impianti sciistici durante i mesi invernali, arrangiandosi, cadendo e rialzandosi, ma senza mai perdere quella voglia irrefrenabile di scoprire e di sentirsi vivo.

Aveva scelto la Sardegna, in particolare l’incanto selvaggio della Gallura, come la sua ultima grande meta. Si era innamorato di quell’isola, la girava in lungo e in largo e, con quell’ironia spontanea, comunicava con i suoi amici attraverso brevi video caricati sui social, intrisi di quel fare tipico di chi ha imparato a sdrammatizzare le fatiche della vita. Dietro le etichette superficiali o la definizione fredda di chi viveva sulla strada, c’era un uomo fatto di storie, di generosità silenziosa verso chi era in difficoltà, e di una profonda, immensa sete di umanità.

Ma quel viaggio così intenso, fatto di chilometri e di speranze, si è spezzato improvvisamente il 27 ottobre, su un marciapiede di corso Umberto a Olbia. Una violenza cieca e inaccettabile ha strappato via la sua vita, fermando per sempre il camper, le corse, i sorrisi e la sua voce.

In quelle stesse strade dove la città ha continuato a scorrere frettolosa, tra vetrine illuminate e passanti distratti, qualcuno si è fermato. Ha sentito il bisogno di accendere una luce nel buio. Sul marciapiede sono apparsi un mazzo di crisantemi bianchi, una rosa rossa al centro, tre lumini tremolanti e un foglio di carta con un’immagine sacra. Poche righe tracciate a mano, semplici e devastanti, firmate da uno sconosciuto di nome Carlo. «Mi dispiace non essere stato con te a tenerti la mano mentre emettevi il tuo ultimo respiro, il Signore ti accolga e ti custodisca per l’eternità.»

Quel “mi dispiace” pesa come un macigno. Racchiude il rimpianto di un intero mondo che spesso guarda senza vedere, che lascia le persone sole nelle loro fragilità, per poi accorgersi troppo tardi del valore di una vita. In quelle parole c’è tutto il dolore per un’anima buona che avrebbe solo meritato un abbraccio, qualcuno che le stringesse la mano nell’istante più buio.

Ora Olbia si interroga, i social si dividono tra rabbia e lacrime, e chi lo ha amato in Puglia spera solo che le sue spoglie possano tornare a casa, nella sua terra d’origine, per un ultimo e definitivo abbraccio. Restano quei tre lumini accesi sul selciato, il ricordo dei suoi video ironici.

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