Aga Khan e la Costa Smeralda, il ricordo del principe prende il volo

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Aga Khan e la Costa Smeralda: il nome, la visione, il paesaggio

Intitolare l’aeroporto Costa Smeralda all’Aga Khan significa riconoscere una svolta decisiva nella storia contemporanea della Sardegna. Una svolta che non riguarda soltanto il turismo, ma il modo stesso in cui un territorio è stato guardato, nominato, trasformato e proiettato nel mondo.

Prima che diventasse un marchio globale, prima che fosse associata al turismo d’élite e alla mondanità internazionale, quella porzione di Gallura era soprattutto paesaggio. All’inizio degli anni Sessanta, mentre la Sardegna cercava una via d’uscita da una posizione estremamente marginale economicamente e socialmente, il turismo iniziò a imporsi come possibile motore di sviluppo. Le coste, considerate per secoli inutili , diventarono improvvisamente oggetto di grande attenzione.

In questo contesto maturò l’intuizione dell’Aga Khan Karim IV, principe ismailita e figura di respiro internazionale, che colse il potenziale straordinario della costa nord-orientale dell’isola. Era poco più che ventenne quando cominciò a immaginare che quelle insenature, quelle rocce e quella macchia mediterranea potessero diventare qualcosa di più di un luogo remoto: una visione.

Nei primi anni Settanta, da bambina, andavo al mare proprio in quei luoghi che di lì a poco sarebbero stati identificati come Costa Smeralda. Ricordo la macchia mediterranea fitta e profumata, le rocce levigate dal sole e dal vento, le strade sterrate che si perdevano nel silenzio. Ricordo i pastori con le greggi, le mucche al pascolo, le spiagge bianche e luminose, il mare trasparente e incontaminato, incorniciato da alberi e da una vegetazione rigogliosa. Era un territorio selvaggio, aperto, non ancora addomesticato, e proprio per questo misterioso ma straordinariamente fragile.

Il Consorzio Costa Smeralda nacque nel 1961. Non si trattava soltanto di un investimento immobiliare, ma di un progetto che ambiva a coniugare paesaggio, architettura e turismo di alto livello. Il nome stesso, “Costa Smeralda”, segnò una svolta simbolica: dare un nome a quel tratto di costa significò trasformarlo, renderlo riconoscibile, ambito, destinato a un nuovo futuro.

Nel giro di pochi anni sorsero alberghi, approdi turistici, infrastrutture. Porto Cervo divenne il cuore di un nuovo immaginario fatto di regate, eventi internazionali, presenze illustri in ogni settore. La Sardegna entrava, per la prima volta, nel circuito del turismo mondiale di lusso.

L’entusiasmo fu grande, ma non unanime. Accanto all’ammirazione per la qualità dei primi interventi e per l’attenzione all’inserimento paesaggistico, emersero presto interrogativi e critiche. Intellettuali e osservatori misero in guardia dal rischio che il successo della Costa Smeralda innescasse una crescita incontrollata e una corsa alla speculazione lungo le coste dell’isola, senza un’adeguata capacità di governo pubblico del territorio.

Col tempo, molte di quelle preoccupazioni si rivelarono fondate. Il modello smeraldino fece scuola, ma spesso senza le cautele originarie. Qui si cercò di rispettare il paesaggio e di mantenere saldi equilibri territoriali, nonostante lo sviluppo turistico assumesse forme aggressive.

Eppure, anche i critici più severi riconoscono un dato difficilmente contestabile: la Costa Smeralda ha contribuito in modo decisivo a far conoscere la Sardegna nel mondo. Ha acceso un riflettore internazionale sull’isola, rendendola una destinazione riconosciuta e desiderata, con effetti duraturi sull’economia e sull’immaginario collettivo.

La figura dell’Aga Khan resta quindi complessa e sfaccettata. Visionario per alcuni, simbolo di un modello elitario per altri. Ma indubbiamente protagonista di una stagione che ha segnato un prima e un dopo nella storia sarda.

Intitolargli l’aeroporto non significa aderire acriticamente a quella stagione né ignorarne le contraddizioni. Significa piuttosto riconoscere che la Sardegna di oggi nasce anche da lì, da quell’intuizione che trasformò una distesa di macchia mediterranea in un nome capace di fare il giro del mondo.

E forse, proprio ricordando com’era quel paesaggio prima di essere “nominato”, si può ancora interrogarsi su come continuare a crescere senza perdere l’anima dei luoghi.

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