Cinzia Pinna e il victim blaming, ma il femminicidio non risparmia nessuna

Cinzia Pinna

Anche col femminicidio di Cinzia Pinna si è messa in moto la macchina del victim blaming.

No, essere delle “brave ragazze” non vi salva dalla violenza maschile. Ma cosa vuol dire brave ragazze? Il femminicidio di Cinzia Pinna ha messo in luce come la macchina del victim blaming si mette in azione sempre in modo puntuale contro le donne che subiscono violenza da parte degli uomini. Cinzia descritta dai media anche come “violenta”, “agitata”, per il consumo di alcol.

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Lui invece come un brillante imprenditore. Video e commenti che fanno da cassa di risonanza a quella cultura maschile che puntualmente minimizza la violenza sulle donne come qualcosa che bisogna aspettarsi quando non ci si comporta da brave ragazze. Ma cosa vuol dire essere una brava ragazza in una cultura patriarcale? Niente fragilità, niente dipendenze, una vita ritirata, un compagno, magari una famiglia e un figlio. Eppure le cronache ogni giorno ci raccontano di mogli, madri e figlie, quelle brave donne uccise dalla stessa cultura machista che attribuisce la colpa a quelle “donne sbagliate” che in qualche modo sono andate a cercarsi il loro ”destino”. Come se la violenza non fosse un’azione mirata e sistemica, ma fosse la punizione per non essere state conformi ai ruoli di genere femminili che non ammettono né libertà, né fragilità.

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Se ci fosse più compostezza, più lume della ragione queste cose non succederebbero. Le donne oggi escono per ubriacarsi e poi succedono questi fatti”, è uno dei tanti commenti che mi è capitato di leggere sul caso della 33enne di Castelsardo. Ma non basta essere “brave ragazze” per salvarsi. La violenza di genere non guarda al decoro, non si ferma davanti alla reputazione o alla compostezza. La violenza contro le donne non è una conseguenza della libertà femminile e nemmeno della vulnerabilità delle vittime. È la vulnerabilità maschile nei confronti dell’emancipazione delle donne a dover essere messa sotto esame, ma ciò non accade ancora nel nostro Paese.

L’Italia nel 2025 si è collocata al 85esimo posto nel Global Gender Gap (su 148 paesi del mondo!) sulla parità economica e sociale tra uomini e donne, rapporto stilato dal World Economic Forum. Il peggior risultato in Occidente e tra i peggiori in Europa. Non si tratta soltanto di numeri, ma di come il patriarcato in Italia sia ancora vivo e vegeto e di come continua a controllare le donne, lasciando agli uomini carta libera anche sulle proprie vite e legittimando le loro azioni sul dominio economico che esercitano ancora sulle madri, mogli, figlie e sorelle. Non è un caso se gli uomini ricchi e bianchi ne escono sempre indenni. Descritti come brillanti imprenditori, celebrati per i loro successi anche se si tratta di stupratori e assassini. Lo avevamo visto anche per la vicenda di Alberto Genovese, l’uomo arrestato nel 2020 per aver violentato brutalmente una 18enne nel suo attico a Milano.

Anche in quel caso la ragazzina massacrata da Genovese era stata descritta come una tossicodipendente, una giovane donna perduta, mentre lui, anch’egli tossicodipendente fu descritto però come un brillante imprenditore. Stessa dinamica anche per il massacro del Circeo. Loro ricchi, loro due povere ragazze che venivano da un quartiere popolare e che, quindi, sono state descritte come due arrampicatrici sociali, lusingate dalle attenzioni di un branco di rampolli che non ha avuto pietà di loro perché indigenti, perché donne. Sono passati quasi 50 anni da quell’efferato delitto, ma la retorica non è ancora cambiata: se sei una donna, dovevi stare a casa e saresti stata al sicuro. Ma sarà vero?

Invece è falso, perché ci dimentichiamo sempre che in Italia la maggior parte dei femminicidi e abusi sulle donne si consumano tra le mura domestiche. Lontano da luoghi di divertimento, di eccessi. Eppure la narrazione, l’opinione pubblica continua ad associare il focolare domestico a un ruolo rassicurante per le donne. La virilità che si costruisce in base alla capacità di contenimento dell’indipendenza delle donne, anche presunta tale, poiché condotte non conformi allo stereotipo della brava ragazza. Lo vediamo nella condanna della sessualità femminile, delle donne che adottano comportamenti non idonei al modello di moglie e madre cristiana. “Aveva la minigonna” “Le donne non dovrebbero bere così tanto”. “Perché è andata a casa di un uomo che non è il suo compagno?”. E anche Cinzia Pinna è stata colpita brutalmente dalla stessa retorica patriarcale che condanna le donne anche per le loro fragilità. No, essere delle “brave ragazze” non vi salva dalla violenza maschile, non credete a ciò che vi hanno sempre raccontato. Lo smentiscono anche i dati nazionali, con centinaia di femminicidi annuali.

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