Un medico di Olbia nella trincea di Bergamo: “La mia esperienza nell’emergenza”

Il giovane medico in prima linea contro il Covid-19.

Un giovane medico olbiese sta dando il proprio importante contributo contro il Covid-19 a Bergamo, città italiana che più di tutte ha patito l’impatto col coronavirus, con un numero di contagiati e soprattutto di morti spaventoso.

Federico Mela, 33 anni, lavora all’Humanitas di Bergamo, una struttura ospedaliera privata convenzionata. “Ho studiato a Sassari e ho fatto la specializzazione – 5 anni – tra Sassari – sede principale -, Olbia, Milano e Inghilterra. Nel 2017 mi sono specializzato in ortopedia e a dicembre dello stesso anno son stato assunto all’ospedale civile di Pordenone, dove ho lavorato per due anni e mezzo. Da marzo ho preso servizio all’Humanitas di Bergamo, nell’equipe di chirurgia protesica mininvasiva“.

Il destino ha volto così, si potrebbe dire. “Sono arrivato a Bergamo il 3 marzo e proprio quella settimana è esplosa l’epidemia. Se avessi saputo prima costa stava per succedere avrei fatto la stessa scelta, assolutamente. Ho avuto un’occasione di quelle a cui non si può dire di no. Faccio chirurgia protesica ai massimi livelli in un ospedale Humanitas che ha standard altissimi. Era una scelta che ponderavo da tempo”, racconta.

Bergamo, un campo di guerra in tempo di pace. “All’inizio non avrei immaginato che la crisi potesse assumere queste proporzioni. Venivo da Pordenone, dove la situazione era assolutamente sotto controllo. Però quando sono arrivato a Bergamo, ho visto il pronto soccorso intasato in maniera inverosimile e ho parlato con colleghi del pronto soccorso e dell’anestesia – i veri eroi assieme agli infermieri -. In quel momento ho capito l’entità dell’emergenza“, ricorda.

Tutti hanno adattato le proprie abitudini di vita alla nuova situazione. “La mia equipe è ferma da inizio marzo sia per gli interventi che per le visite. Noi ortopedici diamo supporto nei reparti Covid dove siamo sempre affiancati a colleghi internisti o anestesisti – prosegue il medico -. L’ospedale ha giustamente reputato che tutte le visite e gli interventi non urgenti fossero da rinviare. E ancora non sappiamo quando riprenderemo. Per forza. Qua a Bergamo e provincia gli ospedali son praticante tutti dedicati all’emergenza. Io sono stato assegnato ai reparti non ortopedici intorno al 25 marzo e la situazione era già migliorata rispetto al periodo di inizio marzo. Per noi non internisti ci son stati dei corsi obbligatori sui protocolli di cura per polmoniti e altro, abbiamo fatto anche il corso della vestizione e svestizione per il corretto uso dei dispositivi di protezione”.

I medici e tutti gli operatori sanitari hanno risposto in modo encomiabile alla chiamata alle “armi”, in una guerra fatta di turni interminabili ed estenuanti. “Io essendo ortopedico ho avuto un ruolo piuttosto marginale nel momento peggiore. Dai racconti degli anestesisti e di chi era in prima linea è facile comprendere la situazione delle prime due settimane di marzo è stata tragica, con un’enorme ondata di pazienti critici che ha portato l’ospedale a creare una nuova terapia intensiva negli spazi di un blocco operatorio, portando i letti da 12 a 33 in pochi giorni. Turni infiniti e densi. Insomma quello che si dice in giro e in tv è tutto vero”, spiega.

Sono tante le situazioni vissute in questo periodo che hanno segnato la vita di Mela. “Molti pazienti sono entrati in ospedale per difficoltà respiratorie, hanno fatto il tampone che è risultato positivo, e son stati isolati dai familiari. Alcuni di questi si sono aggravati e son deceduti senza aver salutato le famiglie per l’ultima volta, e le famiglie li hanno persi senza potergli stare vicino. Ho visto coppie di marito e moglie venir ricoverate insieme con uno dei due che ce l’ha fatta e l’altro no. Abbiamo assistito a scene veramente tristi e credo che questo ci abbia segnato un po’ tutti. E dover comunicare certe cose a parenti e famigliari è molto frustrante. Io sono ortopedico ed ero abitato a parlare di artrosi, non ero affatto abituato a tutto questo, ma mi è capitato di doverlo fare“, si rammarica.

In Sardegna la diffusione di coronavirus è stata fortunatamente limitata, probabilmente anche grazie alla insularità. Ci sono state numerose morti anche qui, in particolare a Sassari. E l’impressione generalizzata è che l’Isola non sarebbe stata pronta se fosse stata investita in modo violento dal contagio di coronavirus come il Nord Italia. “Il virus in Sardegna è arrivato con circa 2 settimane di ritardo rispetto alla Lombardia. Questo ha fatto sì che avessimo tutto il tempo di riorganizzare i percorsi e aumentare il numero dei posti in rianimazione. So che ancora si sta lavorando sodo innanzitutto per limitare l’espansione del virus, e sta funzionando, e anche per far fronte ad un eventuale secondo picco. Credo comunque che in Sardegna la scarsa densità abitativa possa giocare a nostro favore. Inoltre l’isola sta aderendo molto bene alle normative di distanziamento sociale, quindi sono super ottimista”, prosegue.

Sui social network, alcuni medici e infermieri di ospedali non coinvolti dalla crisi e di reparti che non operano a stretto contatto con pazienti malati di covid, si sono sbizzarriti in video con balletti e coreografie. Anche questo ha diviso l’opinione pubblica tra chi ha chiesto maggior rispetto per i medici coinvolti in in prima linea oltre che per i pazienti deceduti, e chi ha visto tutto ciò come un momento di sdrammatizzazione e solidarietà verso i colleghi. “Per quanto riguarda i video scherzosi non mi sento di condannare nessuno. Sono il primo che cerca di scherzare e rendere l’ambiente di lavoro più leggero. L’importante è sempre capire il momento e luogo giusto. Ad esempio ho visto quei video dove fanno fare la passerella ai pazienti guariti e seppur scherzosi mi son piaciuti. Oppure mi piacciono i balletti con i bambini degenti oncologici”, argomenta Mela.

Ma di fronte al dilagare di interviste, video, audio, comunicati, da parte di medici e infermieri di tutti gli ospedali con informazioni spesso fuorvianti e contrastanti, l’assessore regionale alla sanità ha diramato una circolare in cui ha di fatto vietato agli operatori sanitari di rilasciare dichiarazioni non autorizzate alla stampa, alla televisione, ai social network, attribuendo la comunicazione verso l’esterno alla Regione e ipotizzando una sanzione disciplinare per le eventuali trasgressioni. “Penso che la censura sia sbagliata, ma di sicuro è obbligatorio regolare tutte le dichiarazioni. Alcune cose dette senza pensare o espresse male possono essere dannose. Poi c’è sempre qualcuno che pur di fare notizia rilascia dichiarazioni in maniera distorta o tendenziosa”.

Federico sente alcuni suoi colleghi sardi tutti i giorni.:”Son davvero orgoglioso di come tutti si siano messi a disposizione! Medici, specializzandi, infermieri. Grande solidarietà“. E manda un messaggio all’Isola: “Alla Sardegna dico di avere un altro po’ di pazienza perché forse ce la siamo scampata”. Spesso capita ai sardi lontani dall’isola di sentire la nostalgia della propria terra, ma l’ortopedico olbiese ci scherza su: “Avevo voglia di fare qualche anno fuori per farmi le ossa“.

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