Giochi e giocattoli di Sardegna: il passato e il presente

Dai vecchi giochi in Sardegna fino a quelli odierni.

L’essere umano è naturalmente portato al gioco. Giocare è un’attività che l’uomo condivide con gli animali e ha diverse funzioni: di conoscenza del corpo, di socializzazione, di simulazione di situazioni di lotta o battaglia – nell’uomo è spesso di natura simbolica -, di aggregazione e di creazione dell’identità personale in seno alla società.

Per giocare, l’uomo da sempre costruisce oggetti finalizzati al divertimento. I giocattoli talvolta sono la riproduzione di oggetti destinati agli adulti (pensiamo alle spade di legno), altre volte possiedono un’estetica funzionale al gioco da praticare. Insomma, tra giochi, individuali e di società, e giocattoli, l’uomo comincia a giocare sin dall’inizio della sua esistenza e termina quando passa a miglior vita.

Oggi la proposta ludica è vastissima: accanto ai giochi meccanici, abbiamo un’offerta di videogiochi enorme, da giocare sia sulle console che su smartphone e tablet. Accanto ai tradizionali giochi di carte, abbiamo poi la vasta offerta dei casinò online: insomma, se oggi le possibilità sono praticamente infinite, un tempo erano decisamente più limitate.

In Sardegna abbiamo testimonianze preziose di giochi e giocattoli antichi, che si vanno simbolicamente a sovrapporre a videogiochi, app e altri tipi di giochi contemporanei, una diversità che nasconde una somiglianza: l’istinto ludico.

Un tempo, i giocattoli si costruivano in casa, soprattutto nelle famiglie meno abbienti; a dare forma agli oggetti, oltre ai materiali contribuiva la fantasia. Quanto più era vivida, tanto più ci si divertiva.

Le bambole, ad esempio: sa pipia de canna e de zappulus era una bambola cucita utilizzando gli avanzi di stoffa o stracci per darle forma. Uno straccio arrotolato dava vita al corpo, la testa veniva separata tramite cuciture, gli occhi bottoni ricamati con del filo o semplici cuciture. Il naso? Un punto nero. I capelli erano di lana o paglia. Uno straccio, cucito a croce dietro la “schiena”, formava le braccia. Il resto era affidato all’immaginazione.

Il cavallo di canna, su cuaddu de canna, era appunto una canna a cui veniva attaccata, a una delle estremità, una testa di cavallo stilizzata, fatta di legno intagliato o, alla peggio, di stracci. Il cavallo di canna serviva per estenuanti e divertenti gare di corsa.

La trottola, sa bardùnfula, era realizzata a partire da un pezzo di legno, solitamente conico, scanalato e con la punta in metallo (spesso una vite o un chiodo). Uno spago veniva fissato alle scanalature. Il gioco consisteva nel lancio della trottola in un piano liscio, con l’obiettivo di far durare la rotazione più a lungo possibile.

Simile a sa bardunfula era su baralliccu, una via di mezzo tra una trottola e un dato: sulle facce del dado, che aveva un perno di legno per poter girare, venivano incise quattro lettere: T (tottu), N (nudda), M (mesu), P (poni). Il premio in palio? Nocciole o noci: si poteva vincere l’intero piatto (T), la metà (M), niente (N) o addirittura si era costretti a mettere altre nocciole o noci nel piatto (P).

Certi giochi si giocavano in strada, in compagnia di amici e amiche. Alcuni, assomigliano a giochi di altre regioni italiane: muscone, per esempio, era un gioco molto simile allo “schiaffo del soldato”, mentre cua cua era l’equivalente isolano di uno dei giochi tradizionali più famosi, il nascondino.

Menzione a parte merita il gioco chiamato Lunamonta. Uno dei compagni di gioco stava piegato a terra mentre gli altri lo saltavano. Se durante il salto si toccava il compagno a terra, era previsto un cambio. Chi stava sotto poteva muoversi, sollevarsi o abbassarsi per far atterrare il compagno in una posizione ben precisa. C’era anche una filastrocca da ripetere durante il gioco: “Luna monta, due monta il bue, tre la figlia del re, quattro particolare, cinque incrociatore, sei in crocetto, sette speronette, otto gigiotto; nove il bue, dieci un piatto di ceci, undici per mezz’ora, dodici tutta l’ora, tredici fazzoletto”.

Passando ai giochi di carte, anche in Sardegna la pratica era ed è viva. Accanto ai giochi tradizionali, si sono affermati giochi provenienti da altre parti del mondo, come il Poker Texas Hold’Em e il blackjack.
Tra i giochi tradizionali, va citata la Mariglia, gioco originario della Spagna, una sorta di bridge popolare soprattutto nel nord Sardegna. Due coppie di giocatori devono ottenere il punteggio stabilito all’inizio del gioco, da 45 minimo a 71 massimo.

Giochi e giocattoli tradizionali, così come la musica, il cibo e i riti collettivi, sono patrimonio della cultura materiale e immateriale sarda: una testimonianza preziosa di come l’uomo sia, di natura, un homo ludens.

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