La morte di Pietro a Olbia e il bisogno di non restare indifferenti
La morte di Pietro Sciusco, 42 anni, accoltellato in corso Umberto a Olbia, ha lasciato un dolore che porta molte domande. A far discutere non è soltanto la violenza dell’aggressione, ma anche ciò che è accaduto nei momenti successivi, quando l’uomo era ancora a terra. Sono circolate sul web immagini dei momenti seguenti all’aggressione. Si vede Pietro riverso sul marciapiede, mentre i soccorritori cercano di fermare le emorragie e di salvargli la vita. Intorno, alcune persone si avvicinano, si fermano a osservare. Ci sono persone che passano, gente che parla. Chissà cosa pensano… Ma la scena, così come è arrivata a chi l’ha vista, ha lasciato un’impressione dolorosa: quella di una distanza difficile da comprendere tra una persona che sta lottando per la vita e chi le si trova accanto.
È una sensazione che porta a chiedersi se, qualche volta, il desiderio di guardare, sapere, riprendere ciò che accade non finisca per prendere il posto di un gesto semplice: fermarsi davanti alla sofferenza di un altro essere umano.
Il giorno dopo, qualcuno ha lasciato un mazzo di fiori. Accanto, alcuni ceri accesi e un foglio con poche righe scritte a mano. Un piccolo omaggio, discreto, quasi appartato, che sembra voler restituire a quell’angolo di strada qualcosa che le immagini del giorno precedente avevano fatto smarrire: la presenza di un uomo, la sua dignità, il fatto che la sua vita avesse un valore.
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Pietro si era fatto voler bene. Per tanti era una persona disponibile e generosa, con cui scambiare qualche parola, qualcuno da salutare. Dopo la sua morte, sui social sono comparsi ricordi, messaggi di cordoglio, testimonianze di chi lo aveva incontrato. Restituiscono almeno in parte ciò che una cronaca nera rischia di cancellare: Pietro non era soltanto un uomo trovato a terra in una strada di Olbia. Aveva una vita, anche se non sempre era visibile a tutti.
È questo che rende ancora più amaro il contrasto tra le scene di quei giorni. Da una parte, un uomo ferito, circondato da persone che sembrano indifferenti alla sua disgrazia. Dall’altra, il piccolo mazzo di fiori comparso quando ormai non c’era più nulla da fare ma che ha fatto si che qualcosa restasse.
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Resta una domanda che non riguarda soltanto chi era presente in corso Umberto, ma ciascuno di noi. Quanto siamo capaci di accorgerci degli altri quando sono ancora lì, davanti a noi, e non soltanto quando diventano una notizia? Perché la pietà non dovrebbe arrivare solo dopo la morte, quando un nome circola sui giornali e una fotografia suscita commozione. Dovrebbe esserci anche prima, nella vita quotidiana, nei gesti piccoli e spesso invisibili con cui riconosciamo nell’altro una persona.
