Da Arzachena ad Harvard, il volo del libro di Filippo Pace

L’ultimo libro di Filippo Pace nella biblioteca dell’università di Harvard

Un libro nato da un lutto familiare di Filippo Pace e da un dialogo intimo tra padre e figlio ha attraversato l’oceano. È approdato nella biblioteca dell’Università di Harvard. “Sergio Leone: mito e poesia”, saggio dello scrittore e docente Filippo Pace. È stato acquisito dall’ateneo statunitense e oggi è consultabile a Cambridge, nel cuore di uno dei più importanti templi del sapere mondiale.

“È un libro della memoria”

Una notizia che arriva a pochi mesi dall’uscita del volume e che assume un valore particolare se si considera la genesi del libro. Come spiega lo stesso autore. “È il libro della memoria, dedicato a mio padre. Immaginare che la nostra ricerca comune abbia attraversato l’oceano per approdare ad Harvard mi dà un’emozione profondissima. È come se il nostro dialogo continuasse in uno spazio senza confini”. Non si tratta, per Pace, del primo riconoscimento internazionale. Il suo precedente studio, Il romanzo esistenzialista del secondo Novecento italiano, è da anni presente in numerose biblioteche universitarie estere ed è studiato ininterrottamente dal 2016 all’Università di Bucarest. Ma l’ingresso del saggio su Sergio Leone ad Harvard ha un significato diverso, più intimo e simbolico.

Il libro nasce infatti da un’esperienza di perdita. “Quando l’ho scritto – racconta – l’ho fatto solo per onorare la memoria di mio padre. Non pensavo ad altro. Eppure proprio questa genesi così personale ha dato al saggio una forza che, evidentemente, è stata intercettata anche all’estero”. Cresciuto tra Arzachena e Olbia, Pace riflette anche sul valore culturale di questo traguardo per il territorio: “Vorrei che passasse l’idea che non possiamo limitarci a vivere di solo turismo. Dobbiamo costruire un luogo in cui lo spessore culturale sia una risorsa, senza provincialismi e senza sudditanze verso il Nord”. Un percorso che l’autore riconduce anche alla sua formazione e al magistero di Aldo Maria Morace, critico di levatura internazionale e autore della prefazione al volume.

La figura di Sergio Leone

Al centro del libro resta la figura di Sergio Leone, che Pace definisce un autore più che mai attuale: “È un cantore del mito che utilizza un linguaggio universale. I suoi film non invecchiano perché raccontano le ingiustizie della Storia, la solitudine dell’uomo, la fine delle illusioni. Oggi Leone è ancora più attuale di ieri”. Nel saggio, Pace sceglie consapevolmente una scrittura non accademica, pur mantenendo un impianto critico rigoroso. “Non abbandono mai un approccio tematico, antropologico e psicanalitico – spiega – ma provo a dare ordine a elementi che in passato erano stati trascurati, come il ruolo del corpo o della bocca nei film di Leone”. Sapere che questo libro, così profondamente legato alla figura paterna, oggi viaggia lontano ha per l’autore anche un significato esistenziale: “Ho bisogno di scrivere oggi più di ieri. La voce di mio padre guida la mia penna e la porta a disegnare sogni e nostalgie che possano diventare una geografia emozionale per i miei figli”.

Guardando a questo riconoscimento internazionale, Pace osserva come spesso la cultura italiana venga recepita con maggiore libertà fuori dai confini nazionali: «Il fatto che i miei lavori siano studiati più all’estero che in Italia è un dato su cui riflettere. La nostra cultura, quando indaga temi profondi, ha ancora una centralità assoluta nel mondo». E il percorso non sembra affatto concluso. «Ogni giorno si riparte da zero – dice –. L’ufficio stampa del mio editore si sta mettendo in contatto con i figli di Sergio Leone. Chissà che succederà». Per ora, una certezza c’è: quel dialogo nato tra le mura di casa ha trovato spazio anche sugli scaffali di Harvard.

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