Una donna con polmonite bilaterale era ricoverata al Pronto soccorso di Olbia e si è rotta un femore
Una polmonite, una caduta con frattura al Pronto soccorso di Olbia e problemi di dialogo tra la famiglia coi legali e l’Azienda sanitaria. Una storia di sofferenza e burocrazia: la battaglia di una paziente tra negligenze ospedaliere e diritti negati.
In un letto d’ospedale, tra il frastuono del Pronto soccorso del Giovanni Paolo II e il silenzio delle istituzioni, si consuma da settimane la vicenda di una donna di 77 anni. Una storia che parla di fragilità, di cure mancate e di una famiglia costretta a lottare contro un sistema che sembra voltare le spalle ai più deboli.
Il nipote descrive la lotta della sua famiglia per ottenere giustizia e cure adeguate per una paziente fragile, caduta in un vuoto di responsabilità e assistenza.
L’inizio dell’odissea
Tutto ha inizio il 18 febbraio, quando la donna, già affetta da polmonite bilaterale, viene ricoverata all’ospedale su insistenza dei familiari. Così sostengono anche gli avvocati che sono intervenuti per tutelare la donna. Nel reparto non c’era posto: per sei giorni la donna è rimasta su una barella nel caos del Pronto soccorso. La notte del 22 febbraio, come se non bastasse, la donna cade dal lettino. Passano più di 30 minuti prima che due addette la rimettano di peso sul letto. Solo dopo ore i familiari vengono informati dell’accaduto. “L’ho trovata dolorante, ma nessuno mi ha detto della caduta”, racconta il nipote. Solo il giorno seguente, a causa dei dolori divenuti insopportabili, pretende e riesce a ottenere una radiografia: la zia ha una frattura del femore.
Dopo una settimana, solo i seguito a una diffida presentata dai legali della famiglia, viene finalmente trasferita nel reparto di Ortopedia. L’intervento chirurgico per inserire una protesi arriva, ma la donna è ancora malata di polmonite. I familiari descrivono un calvario fatto di silenzi e ostacoli: richieste di informazioni sulla cartella clinica ignorate, dimissioni anticipate pretese senza garanzie, assistenza post-operatoria lasciata al caso. A poche ore dall’intervento, al nipote viene comunicato che la donna dovrà lasciare l’ospedale. “Mi hanno detto di organizzarmi per la riabilitazione, come se avessi le competenze mediche adeguate”, racconta. Intanto, la paziente fatica a nutrirsi, sopravvivendo grazie agli integratori comprati dai parenti.
Il rimpallo di responsabilità
I legali segnalano diverse violazioni della responsabilità sanitaria che impone dimissioni protette e continuità assistenziale. “La struttura deve farsi carico della riabilitazione completa”, ribadiscono Giuseppe Remedia e Miriam Zaineri, denunciando carenze organizzative e una possibile responsabilità penale per la direzione sanitaria. “La priorità è che la signora venga dimessa in regime di protezione, come disciplinato dalla legge – affermano – e che possa avere tutte le cure del caso ivi inclusa la riabilitazione, vedendosi ristorata del danno subito a seguito della caduta durante il ricovero in pronto soccorso”.
Il tentativo di trovare una soluzione si scontra con la burocrazia. La Rsa Smeralda di Padru, contattata dai familiari, risponde che serve l’autorizzazione dell’Asl, ma l’ospedale non avvia la valutazione necessaria. Intanto, l’assistente sociale insiste per le dimissioni, nonostante la donna viva da sola a Padru, paese senza neppure il medico di base. “Come può una donna con una protesi al femore e polmonite gestirsi senza aiuto?”, si chiede il nipote.
“Ogni volta che ci dicono di firmare le dimissioni, rispondo no. No, perché so cosa significa lasciarla sola in quella casa di campagna. No, perché la legge impone all’ospedale di trovare una soluzione adeguata. No, perché sono suo nipote, e non intendo abbandonare mia zia“, afferma con determinazione.
L’uomo resta vicino alla zia, sperando che qualcuno ascolti la loro voce. “Non è una questione di soldi, ma di rispetto”, conclude.
