Intervista a Massimo Selis
Il cinema innanzitutto, e sopra tutto: ecco uno “splendido cinquantenne”, direbbe Nanni Moretti di Massimo Selis. I suoi film hanno titoli poetici, sognanti: “E se ora, lontano. Un’altra voce esiste” si chiama l’ultimo, presentato in questi giorni in diverse sale dell’isola e pronto per le tappe galluresi.
Undici ragazzi che si ritrovano in una pieve dell’Umbria, per dieci giorni e dieci notti, e si raccontano speranze, amori, avventure in presa diretta : ecco la trama del nostro autore. Che adesso spiega: ” Certo, c’è lo schema del Decameron di Boccaccio, che resta sempre attuale, ma alle dieci giornate ho aggiunto qualcosa di mio – aggiunge lui -. La giovinezza come rivelazione, come mondo “a sé”, senza contestazioni ma anche senza rimpianti verso la vita degli adulti. Ho trovato giovani molto più saggi di quel che potevo pensare. Molto indagatori sulle facili verità che vengono spesso propinate, certo critici sui condizionamenti del web. Condizionamenti che invece i loro coetanei subiscono senza neppure accorgersene”.
Domanda naturale: perché l’Umbria e non la Sardegna?
“Tasto dolente. Sono e mi sento sardo: però non è sempre vero che un regista dell’isola debba fare solo lavori ambientati in Sardegna. Bisognerebbe cercare di uscire da questa dimensione “sardocentrica”, che limita la visuale, le potenzialità di un artista. Ciò non toglie che i miei prossimi film, un documentario e una coproduzione, saranno pensati e costruiti qui”.
Ama le cose complicate, a quanto pare.
“Qualcuno mi ha definito “regista metafisico”. Diciamo piuttosto che, dopo una lunga militanza come aiuto regista e direttore della fotografia a Roma, ho voluto tornare alle origini. Non mi piacevano le atmosfere della Capitale, e quindi oggi lavoro in mezzo alla natura, con mia moglie e le mie figlie”.
“Oggi, questa notte”, “Passi sul mare”, “Invito al viaggio”: più che titoli di film, sembrano poesie.
“Invito al viaggio” è un chiaro riferimento alle musiche di Franco Battiato, che prediligo come cantautore, mentre “Passi sul mare” racconta l’esperienza del Covid come lacerazione, come ferita nel mondo familiare”.
Perché la scelta del documentario?
“Perché amo il cinema in presa diretta, non mi interessano i remake. Il documentario permette di mantenerti fedele ai temi che prediligi, non devi piegarti ai compromessi del copione. Resta il fatto che anch’io, come tutti, ho avuto un periodo di pausa e ripensamento sul mio percorso. E allora ho fatto
per cinque anni il libraio ad Olbia: “Albero e foglia” era il mio spazio, proponevo soprattutto volumi per bambini”.
Bilancio?
“Cambiare lavoro, e scegliere i libri è stata anche una scelta di umiltà. Mi ha permesso di guardare le cose da un’altra prospettiva, direi che mi ha completato”.
I libri sul comodino di Massimo Selis?
“Olbia Cristiana” di padre Danilo Scomparin, e “Il Simbolismo del corpo umano” di Annick de Souzenelle.
